Gentile redazione, visto che il geometra locale sembra un professionista in estinzione, accludo la presente, per memoria mia e soprattutto della collettività, alla luce delle attuali vicende urbanistiche e politico-amministrative che si stanno verificando nella nostra città.
Negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento i posteggiatori abusivi e non, operanti nel centro delle grandi città italiane, spesso usavano attribuire agli automobilisti, che si accingevano a parcheggiare con prepotenza le loro auto, il titolo di maestro o ragioniere, sicuramente per dimostrare un finto oppure timorato servilismo nei loro confronti e allo scopo di conseguire un lauto e ripetibile compenso per il servizio di guardianìa reso. La stessa cosa avveniva all’ingresso di scuole e uffici pubblici da parte di bidelli e uscieri all’arrivo di insegnanti o funzionari dipendenti che, comunque, bisognava rispettare per l’alta, importante e non per tutti accessibile carica ricoperta nei rispettivi istituti. Con il passare degli anni e con il veloce aumento del numero dei laureati, quei titoli si tramutarono in dottore. E, siccome oltre al titolo di dottore non si poteva andare, questo è l’epiteto che ancor oggi viene usato dai suddetti per richiamare l’attenzione di privati fruitori od operatori di pubblici servizi. A cominciare dagli anni Settanta, con l’avvento del consumismo, i titoli di maestro e ragioniere, però, cominciarono a decadere, fino al punto che bastava chiamare qualcuno con quei termini per offenderlo terribilmente, anche perché, non so se mi spiego, chiamare un professore maestro, oppure un qualsiasi laureato ragioniere, diventava altamente offensivo.
Nei favolosi anni Ottanta, nel decennio dell’edilizia facile facile, vennero alla ribalta i geometri, sembravano una specie di extraterrestri pure loro, come gli operai, all’opera con gli elmetti colorati in testa (la loro abbondanza sui cantieri era tanta e tale che nel mercato delle costruzioni di quel periodo l’attività di ingegnere, architetto e, ancor più, di urbanista, quest’ultima prevalentemente di progettazione, sembrava oscurata), per un semplice motivo: loro, i tecnici diplomati, erano molti, mentre i tecnici laureati erano pochi. Quelli erano tempi quando i geometri (pochi ricorderanno gli autorevoli geometri comunali, Francesco Calderale e Alfredo Saponara, che tennero altissimo il prestigio del Municipio di Monopoli nel territorio durante i primi decenni del dopoguerra), tutti eclettici e altamente indaffarati, venivano chiamati da cittadini e clienti ngignì (termine dialettale di area barese identificativo di ingegnere) se non addirittura col pretitolo di don (frequenti erano le frasi: don Cecc u ngigniir: u megghio; don Alfred: u ngigniir du comun; c’jè cod, don Pepp? Uè, pur cod jè ngigniir?).
Venendo ai giorni nostri, notiamo che l’evoluzione dei costumi continua a manifestarsi in maniera ancora più virulenta: oggi per mettere in cattiva luce una qualsiasi opera edile mal riuscita o per offendere una qualsiasi persona basta chiamarla geometra, si sente in televisione e si legge anche sui giornali; esattamente come avvenne per maestri e ragionieri. La mia potrà sembrare una interpretazione senza capo né coda, ma se si pensa alla inesistenza ormai di qualsiasi forma ideologica nella nostra società, improntata soltanto al profitto e al consumismo più sfrenato, allora si capisce facilmente che ciò è dovuto all’assenza dei valori di un tempo, che allora si materializzavano semplicemente ed esclusivamente nei frequenti, umani e più genuini contatti fra la gente. Detto questo, devo dire che la professione del geometra, anche se resta un’attività prevalentemente esecutiva, rimane pur sempre un’arte (senza nulla togliere alla categoria superiore), specialmente se si pensa a quanto coraggio ci vuole nell’affrontare i non facili rapporti con la pubblica amministrazione (Comune, Provincia, Regione, Ufficio Tecnico Erariale, Genio Civile, Capitaneria di Porto, Soprintendenze ai Monumenti-Beni Ambientali-Archeologica, Comando dei Vigili del Fuoco, Uffici della Forestale, Uffici Sindacali, del Lavoro), con istituti e studi di natura privatistica (banche, assicurazioni, di notai, avvocati, commercialisti). E a quanta pazienza deve possedere il geometra nei rapporti con i clienti, specie se si pensa a quei brutti momenti, allorquando dovrà accingersi al riparto e all’attribuzione delle quote in un incarico di divisione di beni ereditari. Il geometra, oltre che un estimatore, è anche un misuratore e rilevatore di terreni, progettista di modesti fabbricati e di qualsiasi altra opera civile, igienica, impiantistica ed industriale: si può benissimo definire un tecnico polifunzione. Il suo diploma è, sì, considerato un qualsiasi pezzo di carta, ma nasconde studi di materie di vario genere (estimo, agronomia, topografia, scienze delle costruzioni, diritto, disegno tecnico, e altro ancora) e che, se è stato conseguito con serietà, abilita all’esercizio di una professione molto rischiosa e impegnativa. Basti pensare alla moderna tecnologia imperante, inseritasi, nei primi tempi, molto subdolamente nell’ambito dell’attività di progettazione (grafica computerizzata, autocad 2D, 3D, ecc..) per esempio. O alla continua informatizzazione degli attrezzi di lavoro a sua disposizione, che ancora fino a qualche anno fa erano di natura rudimentale e si limitavano soltanto al doppio metro, al doppio decametro, a un livello ad acqua e, ovviamente, al vecchio e glorioso, oggi ormai desueto, tavolo da disegno in legno. Avendo comunque sempre a che fare con i colleghi (come di frequente si chiamavano fra loro ai primi tempi) ingegneri, architetti, urbanisti (che ancora oggi non possano fare a meno della loro preziosa collaborazione), per la limitatezza imposta per legge nella esecuzione delle progettazioni in edilizia, il geometra è diventato parte integrante nell’attività professionale tecnico-amministrativa in studio, ma anche e soprattutto durante tutte le fasi del processo costruttivo. Andando a guardare nel campo delle effettive responsabilità, il geometra è anche un esperto della sicurezza dei cantieri, egli è obbligato per legge a munirsi di apposito attestato; infine oggi, leggendo attentamente nei gangli delle cosiddette leggi Merloni prima e Bargone poi, e nelle successive, nel lunghissimo regolamento attuativo (180 pagine), nel capitolato generale d’appalto, ecc.., si apprende che il geometra deve conoscere a menadito tutti i segreti per condurre o controllare una impresa edile operante in un sistema cosiddetto di Qualità Aziendale. Si tratta della solita attività imprenditoriale svolta comunemente e al meglio dall’impresa di costruzioni, che dev’essere prima pubblicamente dichiarata e poi continuamente verificata, volta al miglioramento e al perfezionamento del processo costruttivo. Anche il Catasto italiano ha subìto un grande processo evolutivo nell’esemplificazione delle sue antiche e farraginose procedure di acquisizione di tutti gli atti pubblici e privati (registrazione, trascrizione e voltura): con l'introduzione online della firma digitale, sarà possibile far acquisire gli stessi atti, in tempo reale, con un’unica operazione di cliccaggio al computer. Anche con queste nuovissime attività i geometri avranno a che fare, specie per quanto attiene alla pratica attuazione delle volture catastali (i disguidi provocati dalle mancate o errate volture sono sotto gli occhi di tutti). Alta, quindi, è la sua professionalità e alto il suo senso di responsabilità, non solo nei riguardi dei tecnici superiori, ma anche verso la collettività, a cui egli è più vicino e che con il suo diretto rapporto quotidiano, pregno di liti e testimone di grandi scontri, ma anche foriero di grandi amicizie, riesce sempre a incamerare quel qualcosa di umano in più che lo distingue e lo contraddistingue dagli altri professionisti.
Questa vuole essere una mia personale riflessione che da alcuni anni tenevo riposta nella mia mente e che oggi provo a esternarla, non soltanto per liberarmene e renderla di pubblico dominio, ma principalmente per partito preso in difesa di questo professionista, contro cui molti denigratori, palesi e occulti, in determinate occasioni si scagliano per malcelata invidia e, quindi, lo espongono, spesso per viltà, al ludibrio della collettività.
Negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento i posteggiatori abusivi e non, operanti nel centro delle grandi città italiane, spesso usavano attribuire agli automobilisti, che si accingevano a parcheggiare con prepotenza le loro auto, il titolo di maestro o ragioniere, sicuramente per dimostrare un finto oppure timorato servilismo nei loro confronti e allo scopo di conseguire un lauto e ripetibile compenso per il servizio di guardianìa reso. La stessa cosa avveniva all’ingresso di scuole e uffici pubblici da parte di bidelli e uscieri all’arrivo di insegnanti o funzionari dipendenti che, comunque, bisognava rispettare per l’alta, importante e non per tutti accessibile carica ricoperta nei rispettivi istituti. Con il passare degli anni e con il veloce aumento del numero dei laureati, quei titoli si tramutarono in dottore. E, siccome oltre al titolo di dottore non si poteva andare, questo è l’epiteto che ancor oggi viene usato dai suddetti per richiamare l’attenzione di privati fruitori od operatori di pubblici servizi. A cominciare dagli anni Settanta, con l’avvento del consumismo, i titoli di maestro e ragioniere, però, cominciarono a decadere, fino al punto che bastava chiamare qualcuno con quei termini per offenderlo terribilmente, anche perché, non so se mi spiego, chiamare un professore maestro, oppure un qualsiasi laureato ragioniere, diventava altamente offensivo.
Nei favolosi anni Ottanta, nel decennio dell’edilizia facile facile, vennero alla ribalta i geometri, sembravano una specie di extraterrestri pure loro, come gli operai, all’opera con gli elmetti colorati in testa (la loro abbondanza sui cantieri era tanta e tale che nel mercato delle costruzioni di quel periodo l’attività di ingegnere, architetto e, ancor più, di urbanista, quest’ultima prevalentemente di progettazione, sembrava oscurata), per un semplice motivo: loro, i tecnici diplomati, erano molti, mentre i tecnici laureati erano pochi. Quelli erano tempi quando i geometri (pochi ricorderanno gli autorevoli geometri comunali, Francesco Calderale e Alfredo Saponara, che tennero altissimo il prestigio del Municipio di Monopoli nel territorio durante i primi decenni del dopoguerra), tutti eclettici e altamente indaffarati, venivano chiamati da cittadini e clienti ngignì (termine dialettale di area barese identificativo di ingegnere) se non addirittura col pretitolo di don (frequenti erano le frasi: don Cecc u ngigniir: u megghio; don Alfred: u ngigniir du comun; c’jè cod, don Pepp? Uè, pur cod jè ngigniir?).
Venendo ai giorni nostri, notiamo che l’evoluzione dei costumi continua a manifestarsi in maniera ancora più virulenta: oggi per mettere in cattiva luce una qualsiasi opera edile mal riuscita o per offendere una qualsiasi persona basta chiamarla geometra, si sente in televisione e si legge anche sui giornali; esattamente come avvenne per maestri e ragionieri. La mia potrà sembrare una interpretazione senza capo né coda, ma se si pensa alla inesistenza ormai di qualsiasi forma ideologica nella nostra società, improntata soltanto al profitto e al consumismo più sfrenato, allora si capisce facilmente che ciò è dovuto all’assenza dei valori di un tempo, che allora si materializzavano semplicemente ed esclusivamente nei frequenti, umani e più genuini contatti fra la gente. Detto questo, devo dire che la professione del geometra, anche se resta un’attività prevalentemente esecutiva, rimane pur sempre un’arte (senza nulla togliere alla categoria superiore), specialmente se si pensa a quanto coraggio ci vuole nell’affrontare i non facili rapporti con la pubblica amministrazione (Comune, Provincia, Regione, Ufficio Tecnico Erariale, Genio Civile, Capitaneria di Porto, Soprintendenze ai Monumenti-Beni Ambientali-Archeologica, Comando dei Vigili del Fuoco, Uffici della Forestale, Uffici Sindacali, del Lavoro), con istituti e studi di natura privatistica (banche, assicurazioni, di notai, avvocati, commercialisti). E a quanta pazienza deve possedere il geometra nei rapporti con i clienti, specie se si pensa a quei brutti momenti, allorquando dovrà accingersi al riparto e all’attribuzione delle quote in un incarico di divisione di beni ereditari. Il geometra, oltre che un estimatore, è anche un misuratore e rilevatore di terreni, progettista di modesti fabbricati e di qualsiasi altra opera civile, igienica, impiantistica ed industriale: si può benissimo definire un tecnico polifunzione. Il suo diploma è, sì, considerato un qualsiasi pezzo di carta, ma nasconde studi di materie di vario genere (estimo, agronomia, topografia, scienze delle costruzioni, diritto, disegno tecnico, e altro ancora) e che, se è stato conseguito con serietà, abilita all’esercizio di una professione molto rischiosa e impegnativa. Basti pensare alla moderna tecnologia imperante, inseritasi, nei primi tempi, molto subdolamente nell’ambito dell’attività di progettazione (grafica computerizzata, autocad 2D, 3D, ecc..) per esempio. O alla continua informatizzazione degli attrezzi di lavoro a sua disposizione, che ancora fino a qualche anno fa erano di natura rudimentale e si limitavano soltanto al doppio metro, al doppio decametro, a un livello ad acqua e, ovviamente, al vecchio e glorioso, oggi ormai desueto, tavolo da disegno in legno. Avendo comunque sempre a che fare con i colleghi (come di frequente si chiamavano fra loro ai primi tempi) ingegneri, architetti, urbanisti (che ancora oggi non possano fare a meno della loro preziosa collaborazione), per la limitatezza imposta per legge nella esecuzione delle progettazioni in edilizia, il geometra è diventato parte integrante nell’attività professionale tecnico-amministrativa in studio, ma anche e soprattutto durante tutte le fasi del processo costruttivo. Andando a guardare nel campo delle effettive responsabilità, il geometra è anche un esperto della sicurezza dei cantieri, egli è obbligato per legge a munirsi di apposito attestato; infine oggi, leggendo attentamente nei gangli delle cosiddette leggi Merloni prima e Bargone poi, e nelle successive, nel lunghissimo regolamento attuativo (180 pagine), nel capitolato generale d’appalto, ecc.., si apprende che il geometra deve conoscere a menadito tutti i segreti per condurre o controllare una impresa edile operante in un sistema cosiddetto di Qualità Aziendale. Si tratta della solita attività imprenditoriale svolta comunemente e al meglio dall’impresa di costruzioni, che dev’essere prima pubblicamente dichiarata e poi continuamente verificata, volta al miglioramento e al perfezionamento del processo costruttivo. Anche il Catasto italiano ha subìto un grande processo evolutivo nell’esemplificazione delle sue antiche e farraginose procedure di acquisizione di tutti gli atti pubblici e privati (registrazione, trascrizione e voltura): con l'introduzione online della firma digitale, sarà possibile far acquisire gli stessi atti, in tempo reale, con un’unica operazione di cliccaggio al computer. Anche con queste nuovissime attività i geometri avranno a che fare, specie per quanto attiene alla pratica attuazione delle volture catastali (i disguidi provocati dalle mancate o errate volture sono sotto gli occhi di tutti). Alta, quindi, è la sua professionalità e alto il suo senso di responsabilità, non solo nei riguardi dei tecnici superiori, ma anche verso la collettività, a cui egli è più vicino e che con il suo diretto rapporto quotidiano, pregno di liti e testimone di grandi scontri, ma anche foriero di grandi amicizie, riesce sempre a incamerare quel qualcosa di umano in più che lo distingue e lo contraddistingue dagli altri professionisti.
Questa vuole essere una mia personale riflessione che da alcuni anni tenevo riposta nella mia mente e che oggi provo a esternarla, non soltanto per liberarmene e renderla di pubblico dominio, ma principalmente per partito preso in difesa di questo professionista, contro cui molti denigratori, palesi e occulti, in determinate occasioni si scagliano per malcelata invidia e, quindi, lo espongono, spesso per viltà, al ludibrio della collettività.
Cordiali saluti
Franco Muolo
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Commenti
comprendo la rabbia con cui esterna le sue idee in merito, pero' il sig. Muolo si e' firmato lei come Dott.Ing abbia almeno il coraggio di dare piu' spessore e credibilita' alle sue convinzioni firmandosi anche con un nome e cognome.
Grazie
Il geometra tutto fare.....bene l'ingegnere od architetto non servirebbero.
Che schifo questi laureati!
Il geometra vi ricordo per definizione è un "perito agrimensore" cioè MISURATORE DI TERRA e si può occupare (regio decreto 1925) di modeste opere edili e fabbricati rurali.
Se vi ritenete de genii incompresi, provate a laurearvi in architettura od ingegneria....un po di umilità per favore. Fanno bene a limitare la vostra megalomania di competenze professionali. Fanno bene per la pubblica incolumità . Ritenete di saper fare tutto, MA CHE SAPETE FARE??!!
Vi ricordo che siete diplomati e che avete una preparazione scolastica e NON accademica universitaria. L'esperienza vale fino ad un certo punto, poi ci vuole la forma mentis nonchè preparazione da ingegnere che solo l'università può dare.
Cordialmente,
Dott.Ing. Anonimo Laureato