Una nuova politica economica è indispensabile per evitare la prossima crisi
In un precedente articolo in merito alla questione petrolifera avevo scritto:
“Le recenti crisi finanziarie (dall’esplosione della bolla della new economy, all’esplosione della bolla immobiliare attuale) hanno spinto gli investitori a rifugiarsi nei titoli di stato. La corsa ai titoli di stato è stata in buona parte agevolata dalle politiche miopi adottate dalle Banche Centrali nell’ultimo decennio. La politica dei bassi tassi d’interesse ha garantito molta liquidità sul mercato finanziario e fatto sì che i prezzi dei bond (in Italia i BTP e BOT) crescessero nonostante gli Stati fossero sempre più indebitati ed a rischio default (quello che sta accadendo in Grecia, Spagna e Portogallo è il sintomo della nuova malattia che sta per colpire la nostra economia).
La bolla speculativa dei bond è tuttora in corso.
Nel 2004 la “Federal Reserve” pensava che questa tendenza sarebbe cambiata, una volta cominciato l’aumento dei tassi, cosa che non è accaduto.
Se il prezzo del petrolio dovesse riprendere a salire potrebbe provocare un nuovo processo inflazionistico che investirebbe inevitabilmente la bolla speculativa dei bond ed alla quale gli Stati, pesantemente indebitati, non potrebbero sopravvivere.
Una pesante svalutazione colpirebbe il dollaro. Uno dopo l’altro gli Stati Europei e gli USA seguirebbero la sorte dell’Argentina”.
In molti mi hanno chiesto un chiarimento.
LA SPIEGAZIONE
Anche se i non addetti ai lavori non vi prestano molta attenzione, le decisioni delle banche centrali hanno un’enorme rilevanza per le variabili economiche fondamentali nella vita di tutti i giorni. La politica monetaria è fondamentale per la determinazione del livello di attività economica, reddito, prezzi e produzione. E’ stata la Fed, la banca centrale americana, a trasformare una crisi finanziaria (simile a quella odierna) nella Grande Depressione degli anni Trenta.
Il più comune dei problemi determinati dalla politica monetaria è, infatti, quello che gli economisti chiamano “monetizzazione del debito”: un governo che, per aumentare la sua popolarità, vuole aumentare le spese pubbliche, ma non vuole correre il rischio di annullare le conseguenze benefiche di questa sua decisione aumentando le tasse per finanziarlo, si indebita vendendo titoli di Stato non al mercato ma alla banca centrale che li acquista immettendo liquidità sul mercato. L’aumento della quantità di moneta in circolazione finisce, prima o poi, per produrre inflazione. A partire dal 1971, con il finire del sistema aureo, le banche centrali sono libere di stampare moneta senza obbligo di garantire la convertibilità in oro. Per mettere le autorità monetarie in condizione di rifiutarsi di acquistare (o vendere) titoli di Stato su pressioni del governo, in passato si è deciso che fosse necessario renderle indipendenti.
Ma perché il meccanismo funzioni non basta dichiarare l’indipendenza bisogna anche che le autorità monetarie si comportino di conseguenza. Non sempre questo accade. Negli USA, per esempio, è assai dubbio che le scelte infelici di Alan Greenspan prima e di Ben Bernanke adesso siano state decise in modo autonomo, in piena indipendenza. Il primo da presidente della Fed condusse per alcuni anni una politica monetaria espansiva, rifiutandosi di eliminare le bolle del mercato immobiliare e della Borsa, perché consapevole che sia il Congresso sia il presidente Bush non avrebbero gradito una politica monetaria foriera di rallentamento economico se non addirittura di recessione.
Il secondo, indubbiamente compiacendo l’amministrazione Obama, sta perseguendo una condotta monetaria forsennatamente espansiva: basti pensare che dall’inizio dell’autunno ad oggi le riserve bancarie negli Stati Uniti sono passate da 8 ad 800 miliardi di dollari, sono cioè centuplicate in sei mesi! Se ancora non si registrano aumenti dell’inflazione è solo per via della recessione da un lato e del normale ritardo degli effetti delle scelte di politica economica dall’altro. Ma, prima o poi, non appena il rallentamento dell’attività produttiva si sarà attenuato, l’inflazione inevitabilmente esploderà. Il finanziamento monetario dell’enorme disavanzo pubblico assieme all’inevitabile aumento di tasse produrrà, con ogni probabilità, un simultaneo ristagno dell’attività produttiva.
Oltre ad essere indipendenti dal governo, le banche centrali sono di fatto degli organismi privati partecipati dalle banche private.
In pratica, durante la crisi in corso è accaduto questo. Gli Stati sovrani si sono ulteriormente indebitati per sostenere le banche private a rischio fallimento. Il nuovo debito è stato finanziato accrescendo la massa monetaria in circolazione (ovvero stampando nuova moneta) ad opera delle banche centrali, le quali a loro volta sono partecipate dalle stesse banche private in difficoltà. In questo modo le banche private possono continuare a prestare denaro (si spera in maniera più oculata di quanto avvenuto sino a ieri). In Italia questo non è accaduto perché il sistema ha beneficiato della consistente liquidità delle migliaia di piccole banche locali sparse sul territorio. Tuttavia il nostro Stato era già pesantemente indebitato per via degli scellerati anni delle spese folli del periodo craxista.
Alla fine della fiera chi pagherà questo enorme castello di carta? L’economia occidentale si fonda su un enorme “catena di Sant’Antonio” che sopravvive solo grazie ad un elemento : la fiducia della gente nel valore della moneta e sulla solvibilità degli Stati. Ecco spiegato perché diventa importante per l’Unione Europea impedire il default della Grecia.
E’ un sistema che in questi anni ha retto grazie alla costante crescita del PIL. Di qui l’attenzione esasperata per la crescita del PIL anche a discapito del benessere sociale. In condizioni di bassa crescita il sistema non può durare a lungo. L’Italia continua a sopravvivere grazie alla propensione al risparmio degli italiani. Fino a quando questo potrà durare? I segnali macroeconomici sembrano evidenziare un’inversione di tendenza nella propensione al risparmio delle famiglie italiane, come mai accaduto prima.
Invertire la rotta potrebbe comportare scelte difficili ed impopolari. Di qui il dibattito interno agli Stati attorno alle riforme. In assenza di un cambiamento radicale il risveglio potrebbe essere amaro, molto amaro!
UNA PRECISAZIONE
Le tesi cospirazioniste tendono ad intravedere nel circolo vizioso dell’economia appena descritto un disegno da parte di una ristretta cerchia di ricche famiglie mondiali volte ad instaurare un “nuovo ordine mondiale” basato sull’accentramento del potere nelle mani di pochi tecnocrati sulle ceneri degli stati nazionali e delle democrazie occidentali. Si spiegherebbe in questo modo il progressivo svilimento degli istituti democratici ed annichilimento della sovranità popolare negli Stati nazionali.
La strategia sarebbe la seguente : creare una tale incertezza e paura nella gente in modo da far sì che la stessa accetti spontaneamente di autolimitare i propri diritti a favore di salvifici organismi sovranazionali a ristretta base democratica. La BCE ed il FMI (Fondo Monetario Internazionale) ma anche la stessa ONU ne sarebbero un primordiale esempio.
L’obiettivo finale sarebbe un governo unico mondiale, una moneta unica (creata sulle ceneri delle vecchie monete nazionali), un’unica banca centrale controllata da un ristretto circolo di tecnocrati, padroni di fatto dell’economia mondiale.
Non entriamo nel merito dell’attendibilità di una simile ricostruzione socio – politica. La offriamo come spunto di riflessione ai nostri lettori.
Al momento ci limitiamo ad analizzare i dati macro – economici. Poco importa sapere se gli errori dei banchieri centrali siano in buona fede o guidati da presunti suggeritori.
Michelangelo Montanaro
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