Gentile Redazione,
un’opera pubblica, nelle passate Amministrazioni democristiane, era generalmente identificata col nome del politico che si era dato molto da fare per la sua realizzazione. Il senatore Tizio, si diceva, ha fatto la scuola, l’onorevole Caio la strada, il sindaco Sempronio la palestra, l’assessore Tal dei tali ha ripristinato il basolato del centro storico.
Raramente si pensava al nome di un dirigente che avesse avuto l’idea di costruire, tanto per fare un esempio, una nuova megacondotta per far defluire in mare le acque bianche di una piazza. Oggi, come si sa, tutto il merito (o il demerito) è attribuito ai sindaci, che hanno sempre più bisogno di tempo e fiducia per veder realizzate (costose) opere d’interesse collettivo. Sta di fatto che, in questi tempi di concupiscenti federalismi, l’onnipotenza starebbe per essere riposta nelle mani dei primi cittadini, spesso assimilati ad amministratori del “condominio” della propria città.
Sappiamo che nelle vivaci riunioni condominiali (private) avviene di tutto: si parla bene e a sproposito, spesso “da dietro”, si verifica la contabilità e, soprattutto, si approvano progetti e si appaltano opere edili di ordinaria e straordinaria manutenzione, si autorizzano pronti interventi con fabbri, falegnami, vetrai, idraulici ed elettricisti, si aggiudicano lavori di pulizia delle scale, si nominano consulenti legali e letturisti di contatori, si affida la custodia di autoclavi e ascensori, si decide la stampa dei manifesti necrologici, talvolta si assume il portiere o il ragazzo per fare la spesa ai condomini. E, spesso, si coprono responsabilità riconducibili a tecnici esterni chiamati a progettare e/o dirigerne i lavori. Si fa in privato, ormai, tutto ciò che in maniera più mastodontica avviene sul municipio, amministrando la cosa pubblica (con i soldi dei contribuenti).
Fatta questa premessa, vorrei ora esternare un mio dubbio scaturito da un sopralluogo su piazza XX Settembre un giorno della settimana scorsa, laddove sono stato folgorato dalla visione di enormi pozzetti prefabbricati di c.a. precompresso (lì depositati e scomparsi il giorno dopo) che di solito vengono utilizzati per la realizzazione di nuove condotte fognarie per lo smaltimento di acque meteoriche. Un dubbio avvalorato dal fatto che nel programma triennale (2009/2011) delle opere pubbliche risultino stanziati un milione e mezzo di euro finalizzati al completamento, fra l’altro, della rete di fogna bianca nel “murattiano”. Perciò mi sono chiesto: possibile che nessuno sappia che là la fogna pluviale esiste già?
Visto che, oltre ad essere efficientissima, ha anche un interesse storico e una grande capacità di smaltimento, essendo a passo d’uomo e con copertura a volta di tufo. Si vorrebbe per caso distruggere anche quella magnifica condotta (mai necessitata di manutenzione!) convogliante facilmente le acque di pioggia attraverso le vie San Vincenzo, E. Indelli, Lepanto, E. Libera con scarico sifonato nella cala Cozze?
Quand’anche quei pozzetti (fantasma) dovessero riapparire per completare non quella ma altre canalizzazioni, come mai quella preziosa conduttura esistente non è stata utilizzata per convogliare le acque della piazza Vittorio Emanuele, evitando altro spreco di denaro pubblico? Credo che nel nostro tempo risulterà più difficile attribuire il “merito” dell’opera idraulica del borgo, atteso che il progetto originario fu varato dal centrosinistra, i lavori modificati ed eseguiti dal centrodestra, tutti gli elaborati progettuali validati “prima” e “dopo” dall’Ufficio tecnico comunale e la direzione dei lavori affidata allo stesso qualificato tecnico esterno, firmatario sia del progetto originario sia di quello riveduto e corretto.
Cordiali saluti,
Franco Muolo
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Fiumi in mezzo alla strada non ce n'erano.
Parlo degli anni 60.Vero Muolo?