Giuliana Sgrena, inviata in Algeria, racconta a Monopoli la sua vicenda
La nota giornalista e scrittrice Giuliana Sgrena è oramai abituata a venire in Puglia, terra ove ha anche acquistato dei trulli, nei pressi di Cisternino, come ha rivelato lei stessa. Dopo il premio “Città di Bari”, l’ospitata alla rassegna polignanese “Il libro possibile”, il premio “LibriAMola”, è stata la volta della nostra città.
Dapprima, un incontro poco pubblicizzato al circolo locale SeL, quindi, con radicale cambio di location, al “Trappeto” per un appuntamento dal titolo “Donne al volante” organizzato dalla Confartigianato Donne (sez. di Monopoli), presieduta dalla giornalista Manuela Lenoci.
Abbiamo approfittato dell’incontro per scambiare poche battute con la Sgrena, personaggio noto e sicuramente di richiamo, assalita dai giornalisti e dalla gente.
Dottoressa Sgrena, è di ritorno dall’Algeria. Cosa ci può raccontare di quegli scenari?
Lo scenario di guerra non è mai facile da raccontare, né univoco, anche se credo si possa comunque parlare quasi di rivolta, di rivoluzione che sta contaminando tutti i Pesi del Nord Africa, ma anche del Medio Oriente.
Conosciamo la sua sensibilità per i popoli deprivati dei loro diritti. Anche in quest’ultimo caso, per quanto riguarda l’Algeria, ne ha sentito il richiamo?
In realtà, l’Algeria è una nazione della quale ho sempre seguito le rivolte, sin dagli anni Ottanta; mi sono recata lì per lungo tempo, in particolare, nel 1988.
Ma le rivolte di questi giorni, pare che siano animate soprattutto dai giovani, organizzatisi grazie ai mezzi multimediali.
E’ in parte vero, ma non si tratta solamente di giovani. A scendere nelle piazze, è tutta la popolazione dei Paesi
nordafricani, in cerca di libertà. Bisogna considerare, inoltre, che potenzialmente questi sono divenuti oramai Paesi notevolmente ricchi, grazie al commercio del petrolio. Anzi, i governi hanno anche mantenuto diverse promesse, dando alla popolazione il lavoro, un’abitazione e molto di cui avesse bisogno. Soltanto per una cosa ci si batte: la libertà. E’ l’unica richiesta della gente e anche ciò che questi regimi totalitari non sono disposti a concedere.
Solo altre due battute sul libro che presenterà questa sera, “Il ritorno. Dentro il nuovo Iraq”. L’ho già letto con interesse; ho riscontrato una distinzione netta fra una prima parte in cui il racconto personale e le emozioni dominano la narrazione e il resto del libro lasciato alla descrizione dei fatti accaduti.
E’ proprio così e mi fa piacere sottolinearlo. A cinque anni dal suo rapimento, sono tornata proprio a Baghdad, ed è stato inevitabile che il mio racconto avesse una duplice direzione.
Come mai è tornata in Iraq, rivivendo il proprio rapimento?
Sono tornata sul luogo del rapimento per due mortivi. In primis, per un motivo personale. Credevo di poter dimenticare questa brutta storia, ma non è stato così. Anzi, il mio percorso di vita mi ha ricondotta proprio a rivivere quei giorni. Ho continuato dapprima a lavorare come inviato all'estero, ma non era abbastanza. A tale proposito, è legato il secondo motivo del mio ritorno: dovevo tornare a svolgere il mio lavoro e l'Iraq aveva bisogno di qualcuno che raccontasse la sua vita.
Ha avuto molto coraggio.
Sono stata solamente determinata. Dovevo superare il mio trauma.
Qual è il ricordo del suo rapimento che la perseguita ancora?
La cosa che ancora brucia dentro di me è la sparatoria che ha causato l'uccisione di Calipari. E' l'episodio che mi fa più male: pensavo oramai di essere libera, che fosse finita, ma non era così. Dopo il rapimento, comunque, per me sono cambiate molte cose: non riesco a dormire senza sonnifero, soffro di claustrofobia e il contatto con la morte mi fa vivere gorno per giorno. Vivo il quotidiano e non riesco più a fare progetti a lungo termine, dal momento in cui sono stata a contatto con la morte. Quando ero nel rifugio, ogni volta in cui i rapitori giravano la chiave della porta temevo di essere uccisa.
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