
Si potrebbe impiegare materiale lapideo diverso da quello originario
Gentile Redazione,
Grandi peccatori, grandi cattedrali, così “tuonava” il titolo di un libro di Cesare Marchi pubblicato più di vent’anni fa. Vi si leggeva che in epoca medievale le autorità ecclesiastiche, prima di dare corso alla costruzione di una chiesa, provvedevano a far attaccare apposite cassette sul recinto dell’area prescelta per le fondamenta sulle quali era ben evidenziata la scritta “AUF” (Ad Usum Fabricae), per invitare i passanti a depositare l’obolo quale contributo per portare a termine il sacro edificio. Presumibilmente le chiese allora venivano erette con i proventi dei “grandi peccatori”, ma di fatto venivano realizzate con la fatica di una moltitudine di operai “scalpellini” addetti alla lavorazione della pietra locale, anche questa “auf” (termine dialettale equivalente a sbafo, gratis, senza alcun costo). Fino ad alcuni decenni addietro con la pietra locale si lastricavano le strade dei centri storici; si cordonavano i marciapiedi delle nuove strade urbane; archi, stipiti, soglie, mostre, fregi, gattoni e lastre di davanzali e balconi ornavano le case private e i pubblici edifici; cappelle funerarie, cippi, argini e muretti a secco lungo strade e poderi, persino le basole di alloggiamento dei chiusini dell’acquedotto erano fatti in pietra locale lavorata a mano. Insomma tutti quei pezzi d’opera per durare in eterno (come le chiese) il cui materiale era abbondantemente disponibile nel territorio circostante. Oggi, però, salvo qualche coraggiosa eccezione (come l’impiego della locale pietra di Apricena nella costruzione delle grandi arcate della nuova basilica di Padre Pio in San Giovanni Rotondo), non solo la pietra locale è stata emarginata (è più facile macinarla per mescolarla ai terreni agricoli), ma addirittura alcune amministrazioni locali del circondario preferiscono sostituire le vecchie “chianche” di pietra con altre, apparentemente simili, ma ricavate artificialmente dalla mescola di misto informe di cava con sostanze plastiche o resinose, dimenticando che sul nostro territorio esiste ancora oggi quel materiale “auf”.
Con ciò non voglio dire che quelle pietre abbondino e chiunque potrebbe servirsene gratuitamente, specialmente quando le vediamo accumulate in specchie o a mucchi sparsi nel bel mezzo di seminativi di poderi collinari. Eppure se ci facessimo un giretto per le stradine di campagna osserveremmo che spesso sulla sommità delle pareti a secco non ci sono più quelle grosse pietre di coronamento superfiale volgarmente denominate chiurlande. E, di tanto in tanto osserveremmo anche vistosi squarci nel rivestimento del basolato di copertura di alcuni trulli abbandonati. Il motivo principale non è la mancanza di manutenzione, ma il furto perpetrato nottetempo da ladri su commissione di pezzi di strutture originarie del nostro territorio che, come si sa, vanno ad abbellire (insieme all’altro più trafugato ulivo secolare) le ville del Nord Italia. Dico questo perché fra poco nel nostro ridente agro, a seguito della corresponsione di contributi regionali (PSR Asse II Misura 216 Azione 1), molti proprietari terrieri coltivatori diretti o imprenditori agricoli a titolo principale, nel dare corso al rifacimento di vecchie o cadenti pareti a secco potrebbero impiegare materiale lapideo diverso da quello originario, con tufo, calcestruzzo o addirittura estraneo a quello che una volta era di esclusiva provenienza dall’azione periodica di spietramento a mano dei terreni stessi. Penso che se gli organi regionali preposti al controllo del territorio non si dovessero preoccupare minimamente di far ricostruire, come si deve, quel chilometrico reticolo di pareti a secco, che costituisce il palinsesto delle nostre contrade, al furto delle antiche pietre più belle si aggiungerebbe anche il sabotaggio legalizzato dell’ambiente mediante l’”affare” della ricostruzione dei muretti a secco (con i soldi dei contribuenti) se non si dovessero “conservare quegli elementi naturali per la salvaguardia e il miglioramento del paesaggio agrario” come la stessa legge regionale prescrive.
Franco Muolo
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