Gentile Direttore,
da cittadino amante della storia nazionale, avverto l’esigenza di esprimere qualche mia osservazione sulla recente scelta dell’Amministrazione Comunale di Monopoli di intitolare un’importante zona della città (il Largo antistante la stazione ferroviaria) alla memoria del compianto esponente del fu Movimento Sociale Italiano, senatore Araldo Di Crollalanza, conosciuto soprattutto come Podestà di Bari, nonché quale Ministro dei Lavori Pubblici durante parte del ventennio fascista.
Da quanto mi risulta, nella toponomastica della città di Monopoli si contava già una piccola strada dedicata alla memoria di Araldo Di Crollalanza e pertanto è evidente che la scelta dell’Amministrazione, avviata con delibera di Giunta n. 56 del 2.4.2009 e a cui ha fatto seguito la recente autorizzazione prefettizia, assume un significato dichiaratamente politico ed un valore eminentemente simbolico.
In via generale, ritengo più che legittimo il fatto che ogni amministrazione ci tenga a voler lasciare alla storia un segno del proprio passaggio e la materia toponomastica costituisce un ambito della discrezionalità politico-amministrativa che forse più di ogni altro può consentire ad una giunta di governo cittadino di far parlare di sé nel futuro.
Personalmente, dopo aver studiato un po’ di storia a scuola, ho sempre coltivato delle salde convinzioni antifasciste, perché ritengo che il periodo compreso tra il 1922 e il 1943 abbia costituito per l’Italia una fase di grave sospensione delle più elementari libertà individuali, in campo civile, sociale e politico, ragion per cui la scelta di intitolare una zona della città in cui vivo ad un eminente esponente della gerarchia fascista non può certo lasciarmi indifferente.
Non è affatto mia intenzione elargire lezioni storiche, né ai miei amministratori locali né tanto meno ai miei concittadini, su ciò che è realmente stato il ventennio fascista, in quanto vivo da sempre a Monopoli e so bene che questa città non ha mai avuto una cultura antifascista: non l’ha avuta all’avvento del regime, quando nell’ottobre del 1922 il suo consiglio comunale, all’unanimità, salutava festosamente
Ma c’è un punto che mi preme mettere in evidenza e che a mio avviso costituisce il nocciolo fondamentale della questione: immagino che tra le motivazioni addotte dal Sindaco e dalla Giunta a sostegno dell’onorificenza tributata al sen. Di Crollalanza vi sia l’esaltazione della sua concretezza nel realizzare alcune fondamentali opere pubbliche e infrastrutturali per la nazione, la cui testimonianza risulta oggettivamente ed effettivamente ancora oggi tangibile nella vicina città-capoluogo di Bari.
Ebbene, sul punto in questione non ritengo accettabile il subdolo tentativo, spesso messo in atto da coloro i quali intimamente simpatizzano con le idee del ventennio, di voler ridurre sempre il fascismo a una grande organizzazione nazionale per il decoro urbano, eludendo del tutto il vero nodo della questione storica mussoliniana, che è ovviamente quello della soppressione di tutte le libertà fondamentali.
Operando un parallelismo, per dirla con l’opinionista Emilio Carnevali, è come “se uno dicesse che è comunista perché le metropolitane di Mosca erano splendide o liberale perché nell’Inghilterra della signora Thatcher le cabine del telefono erano efficientissime”.
E allora, pur non essendo Monopoli mai stata una città antifascista, inviterei comunque i miei concittadini a riflettere sul fatto che la lunga carriera pubblica del compianto Di Crollalanza non ebbe ad iniziare tra i banchi dell’opposizione con il ruolo di senatore della Repubblica democratica nel periodo post bellico, durante il quale – come riportano le cronache della sua parte politica e non ho motivo di dubitare della loro attendibilità – l’anziano esponente si distinse per la sua onestà ed assidua dedizione al lavoro di parlamentare.
Egli, prima di essere stato senatore della Repubblica democratica nata dalla Resistenza, e prima ancora di avere dimostrato grandi capacità nelle realizzazioni infrastrutturali, era stato fascista della prima ora in terra di Bari (1919-1922), quando squadre armate di camicie nere scorrazzavano impunite tra campagne e borghi, talora mettendo in atto aggressioni fisiche a braccianti inermi e talaltra realizzando spedizioni punitive alle sedi di partiti e sindacati, per non parlare dei veri e propri crimini politici come l’assassinio del deputato socialista conversanese Giuseppe Di Vagno, ferito a morte in un agguato nel settembre del 1921 consumatosi in quel di Mola di Bari (paese d’origine del Di Crollalanza ma in merito alle cui responsabilità, occorre dire con onestà, nessuna prova portò mai ad alcun coinvolgimento personale e diretto di costui medesimo).
In seguito, dopo aver partecipato alla Marcia su Roma e rivestito incarichi di primo piano nel Governo del Duce, il gerarca barese ebbe ad aderire alla famigerata Repubblica di Salò (1943-1945), ove non si limitò a ricoprire un ruolo di mera adesione ideale ma fu attivo nelle istituzioni come commissario straordinario per il Senato e
Ordunque, se gli si deve dedicare un’importante zona della città, che si abbia almeno il coraggio di discutere degli aspetti più propriamente politici della carriera pubblica del compianto senatore del fu M.S.I., senza comodamente rifugiarsi nelle ambigue esaltazioni degli aspetti più sfumati, perché “tecnici”, delle sue asserite capacità di “uomo del fare”, ligio al dovere e sempre “al servizio della Nazione”.
Ben consapevole del carattere provocatorio e forse velleitario di tale mia esortazione, che spero comunque susciti qualche moto di riflessione nella cittadinanza, mi sia permesso chiudere il mio intervento con una domanda a viso aperto: in una città in cui si sceglie di onorare una figura eminente del ventennio fascista con l’intitolazione di un luogo di grande visibilità, mi chiedo, si potrà mai trovare un vicolo, un chiasso, un pertugio da intitolare a figure (quantomeno altrettanto) meritevoli di essere onorate come il sen. Di Crollalanza, ad esempio al grande Presidente Sandro Pertini, che per il suo coraggio di antifascista pagò in prima persona e ne portò le ferite fino alla sua morte, subendo l’onta dell’aggressione fisica, dell’esilio e del carcere?
Monopoli, 7 novembre 2009.
Giuseppe ANGIULI
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Commenti
così il dibattito si arricchisce ed andiamo avanti .... con altri commenti ed approfondimenti interessanti
dove si asserisce che le parole della lettera di Togliatti, della quale tu citi alcune frasi, sono quantomeno dubbie...
Ammettendo che Togliatti abbia detto quanto tu sostieni, dobbiamo anche tener conto che il comunismo, in Italia, non ha avuto connotazioni dittatoriali...
Ora, se a qualcuno può dar fastidio la presenza di una strada intitolata a Togliatti e/o altri son d'accordo con te che va rivista...
Però di una cosa son certo...il Fascismo, in Italia, non ha fatto un gran bene....
Un altro passo della lettera, dove Togliatti aveva scritto: «Quanto più largamente penetrerà nel popolo la convinzione che aggressione contro altri paesi significa rovina e morte per il proprio, significa rovina e morte per ogni cittadino individualmente preso, tanto meglio sarà per l' avvenire d' Italia», sostenendo così che l’Italia, fatta consapevole della rovina rappresentata da una politica d’imperialismo guerresco, dovesse scegliere per l’avvenire una politica di pace e non di aggressione, diveniva nella manipolazione dell’Andreucci: «Quanto più largamente penetrerà nel popolo la convinzione che aggressione e il destino individualmente preso di tante famiglie è tragico, tanto meglio sarà per l’avvenire d’Italia», dove il passo completamente inventato «il destino individualmente preso di tante famiglie è tragico», sopprimeva ogni riferimento alla politica imperialista fin lì seguita dall’Italia fascista per alludere a un generico e inevitabile destino di morte riservato agli Italiani. Altre parole della lettera erano equivocate, tra i quali un «vecchio Hegel», divenuto un grottesco «divino Hegel».[59]
continua...
* Nel febbraio 1992, durante la campagna elettorale per le imminenti elezioni politiche, lo storico ex-comunista Franco Andreucci pubblicò nel settimanale Panorama lo stralcio di una lettera di Togliatti proveniente dagli archivi del Comintern di Mosca. In risposta a una lettera del dirigente comunista Vincenzo Bianco che chiedeva di intercedere presso le autorità sovietiche per evitare la morte dei prigionieri italiani in Russia, il 15 febbraio 1943 Togliatti aveva tra l’altro scritto: «Io non sostengo affatto che i prigionieri si debbano sopprimere, tanto più che possiamo servircene per ottenere certi risultati in un altro modo»,[57] alludendo al possibile ruolo dei sopravvissuti come testimoni della disfatta dell'aggressione fascista all'Urss o come acquisiti alla militanza comunista.
continua....
Che sia fascista, comunista, comune cittadino, non si può gratificare una persona che si è macchiata di crimini contro l'umanità ...perchè il Fascismo col tempo si è macchiato delle più gravi atrocità con la complicità del nazismo!!!
Correrei il rischio se non fosse che non smanio per autoarruolarmi in uno scontro macchiettistico rievocativo di steccati ormai sepolti. Perciò mi asterrò dal farlo. Anche se verità e completezza d'informazione lo richiederebbero. Un auspicio però mi sia consentito. Le riconosco passione e senso civico non comuni: l'augurio è che riescano a trovare strade d'impegno più fruttuose per la comunità . Esistono questioni in cui la sua militanza civile unita a cognizioni professionali tornerebbero molto più utili a tutti magari esprimendosi in un'altrettanto appassionata ricerca storica proprio laddove le differenze partitiche si smorzano, le polemiche perdono vigore e tutto diventa meno netto in favore di una pax augustea interessata al paritario tornaconto delle parti recitanti, mentre il popolo bue non trova di meglio che accapigliarsi sulla toponomastica politica.
quindi è ovvio che dica queste cose... Il Pci nel 1986 andò a protestare sul lungomare nel corso delle celebrazioni per l'intitolazione del lungomare del capoluogo..