di Incoronata Silvestri
“Petrolio in Adriatico: Danni e Pericoli”
Riportiamo qui di seguito una scheda tecnica ricavata dalla minuziosa e chiarissima spiegazione della prof.ssa D’Orsogna relativa ai danni ed ai pericoli legati all’estrazione petrolifera.
FANGHI E FLUIDI TOSSICI : Per raggiungere il giacimento petrolifero la trivella utilizza sostanze chimiche dette “fanghi e fluidi perforanti” necessari per eliminare gli strati rocciosi, controllare la pressione, lubrificare e raffreddare. La composizione chimica di questi fanghi è segreta, l’unica cosa certa è che possono essere utilizzate più di 100 sostanze tossiche. Sono difficili e costosi da smaltire ed hanno la capacità di contaminare acque e terreni.
I fanghi (contenenti anche sostanze cancerogene) devono essere smaltiti con delle procedure speciali. Generalmente il controllo per le trivellazioni sulla terraferma costringe allo smaltimento. In mare, invece,
ACQUE DI SCARTO: Il petrolio nel fondale marino ovviamente non è puro. Esistono delle acque- dette appunto di scarto- che contengono idrocarburi ed altre sostanze dannose che sono “scartate” e rigettate in mare. Gli scarti delle industrie petrolifere possono viaggiare attraverso le correnti per decine di chilometri.
PESCI AL MERCURIO: Uno dei “miti” che l’industria petrolifera ama sbandierare è l’ “aumento della pesca”, ovvero la creazione di “bioaccumuli interessanti”.
I pesci- è vero- gradiscono le piattaforme, che fungono da punto di aggregazione.
Ma il dato interessante è quello relativo alla contaminazione del pescato. Secondo uno studio del governo federale USA , denominato GEOMEX, nel Golfo del Messico, la concentrazione del mercurio nei pressi delle piattaforme era 25 volte superiore rispetto alla media .
Il mercurio è una sostanza altamente tossica che causa danni al cervello dei bambini e dei feti, al sistema circolatorio ed immunitario.
Il pescato è inquinato.
Una piattaforma in mare nell’arco della sua vita rilascia mediamente 90.000 tonnellate di sostanze inquinanti
PETROLIO “AMARO”: Secondo gli studi effettuati il petrolio presente nei nostri fondali oltre ad essere esiguo è anche “amaro” (ovvero ricco di impurità e “gas sulfurei”), ed è “pesante” (ovvero presenta molecole allungate rispetto a quelle necessarie “per farci la benzina”) . Di difficile estrazione.
L’oro nero si presenterà dunque come una fanghiglia corrosiva, melmosa, densa e maleodorante, che necessiterà di una lunga lavorazione per l’utilizzo di destinazione.
Il petrolio amaro è anche difficile da trasportare, perciò la sua lavorazione avverrà sicuramente in mare. L’estrazione porterà con sé dunque oleodotti, petroliere e desolforatori.
DESOLFORATORE: Il desolforatore attua un processo chimico attraverso il quale elimina lo zolfo dalla fanghiglia. Una parte di
questo zolfo finirà nell’atmosfera grazie all’inceneritore a fiamma perenne.
Il gas emesso si chiama idrogeno solforato e funziona come il cianuro: si attacca alla cellule ed impedisce all’ossigeno di circolare.
L’uomo può assorbirlo con la respirazione, la digestione e tramite il contatto con la pelle.
Alte concentrazioni possono essere letali.
L’esposizione costante e duratura provoca quindi una serie di patologie legate alla respirazione, alla vista, danni permanenti e, non per ultimo, il cancro.
L’idrogeno solforato è infatti un agente genotossico, ovvero attacca le cellule del DNA, modificandole. Le cellule modificate causano il cancro.
PERICOLO INCIDENTI: Un pericolo considerevole è rappresentato anche dagli incidenti sulle piattaoforme petrolifere. La dott. ssa D’Orsogna ha illustrato e documentato diversi episodi, “scoppi” e fuoriuscite altamente dannose avvenute sulle coste italiane e non (per citarne alcuni: Genova, Falconara, Cremona, Australia 2009).
Dal web, durante l’incontro, gli amici della OLA ci segnalavano un incidente avvenuto il giorno 30 Aprile su una piattaforma dell’ENI, con probabile fuoriuscita di idrogeno. L’ENI non ha fornito spiegazioni in merito all’accaduto.
CONTROLLI: L’ulteriore aspetto da considerare è

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