(e Dante, Pirandello, Orazio...)
Un’amabile conversazione mattutina quella svoltasi al castello di Carlo V, sabato 24 aprile, in occasione della (ri)presentazione del capolavoro di Giacomo Campanelli, scrittore e uomo politico monopolitano, morto nel 2006. Il titolo è “La lingua, il dialetto e la letteratura”, pubblicato per la prima volta nel 1986 da Schena Editore e ora riproposto dalle associazioni che hanno organizzato l’incontro: Associazione “Giacomo Campanelli” e Associazione “Porta Nuova”.
Presente l’assessore alla Cultura Elio Orciuolo a rappresentanza del Comune di Monopoli. L’assessore donerà alcune copie del libro alle biblioteche scolastiche, in modo che sia possibile per le nuove generazioni conoscere l’opera di Campanelli. Durante il suo intervento, Orciuolo ha ammesso che al momento Monopoli soffre di “un grosso deficit nelle infrastrutture culturali; deficit che va assolutamente sanato nel più breve tempo possibile”.
La parola passa dunque al prof. Stefano Carbonara, che ricorda con commozione e gioia il professor Campanelli, un uomo dedito, attraverso il socialismo e la politica, alla battaglia per la difesa delle classi lavoratrici più deboli. “Era un vero e proprio animatore di coscienze”, afferma Carbonara. Campanelli era anche e soprattutto un uomo di cultura e un insegnante di Storia dell’arte, che amava profondamente il suo lavoro. Ha inoltre collaborato con la rivista monopolitana “Portanuova” fin dalla sua fondazione nel 1982.
La parola passa quindi all’opera vera e propria, grazie alle spiegazioni e ai passi letti dalla prof.ssa Lella Leoci e dal prof. Achille Chillà. In questa opera, viene spiegato, Campanelli mette a confronto la lingua italiana con il dialetto, Dante Alighieri con la massaia del “paese vecchio”. Da questo scontro, è il dialetto ad uscire spesso vittorioso: il dialetto ha infatti una insuperabile capacità espressiva basata soprattutto sulle vocali, che non sono solo cinque come in italiano. In questo modo, il dialetto riesce ad esprimere in maniera univoca dei concetti che in italiano posso invece risultare ambigui, come spiega il prof. Chillà.
La prof.ssa Leoci spiega invece come il libro di Campanelli riesca a trattare un argomento all’apparenza impegnativo come il rapporto tra dialetto e italiano in un modo assolutamente fresco e leggero; questo è possibile grazie all’utilizzo di una “allegria triste”, portatrice di riso e pianto allo stesso tempo. “In questo”, afferma la prof.ssa Leoci, “Campanelli non ha nulla da invidiare a Pirandello o a Totò.”
Presente l’assessore alla Cultura Elio Orciuolo a rappresentanza del Comune di Monopoli. L’assessore donerà alcune copie del libro alle biblioteche scolastiche, in modo che sia possibile per le nuove generazioni conoscere l’opera di Campanelli. Durante il suo intervento, Orciuolo ha ammesso che al momento Monopoli soffre di “un grosso deficit nelle infrastrutture culturali; deficit che va assolutamente sanato nel più breve tempo possibile”.

La parola passa dunque al prof. Stefano Carbonara, che ricorda con commozione e gioia il professor Campanelli, un uomo dedito, attraverso il socialismo e la politica, alla battaglia per la difesa delle classi lavoratrici più deboli. “Era un vero e proprio animatore di coscienze”, afferma Carbonara. Campanelli era anche e soprattutto un uomo di cultura e un insegnante di Storia dell’arte, che amava profondamente il suo lavoro. Ha inoltre collaborato con la rivista monopolitana “Portanuova” fin dalla sua fondazione nel 1982.
La parola passa quindi all’opera vera e propria, grazie alle spiegazioni e ai passi letti dalla prof.ssa Lella Leoci e dal prof. Achille Chillà. In questa opera, viene spiegato, Campanelli mette a confronto la lingua italiana con il dialetto, Dante Alighieri con la massaia del “paese vecchio”. Da questo scontro, è il dialetto ad uscire spesso vittorioso: il dialetto ha infatti una insuperabile capacità espressiva basata soprattutto sulle vocali, che non sono solo cinque come in italiano. In questo modo, il dialetto riesce ad esprimere in maniera univoca dei concetti che in italiano posso invece risultare ambigui, come spiega il prof. Chillà.
La prof.ssa Leoci spiega invece come il libro di Campanelli riesca a trattare un argomento all’apparenza impegnativo come il rapporto tra dialetto e italiano in un modo assolutamente fresco e leggero; questo è possibile grazie all’utilizzo di una “allegria triste”, portatrice di riso e pianto allo stesso tempo. “In questo”, afferma la prof.ssa Leoci, “Campanelli non ha nulla da invidiare a Pirandello o a Totò.”
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