(DA IL GIORNALE.IT)
Il padre lo portò nel ricovero per infermi. Era un bimbo paralizzato.
Che però ha imparato lo stesso ad amare la vita
Avevo nove anni quando mio padre mi ha portato qui, ora ne ho ottantadue. Così comincia il suo racconto Felice Mangiarano storpio dalla nascita, immobilizzato da una vita nella carrozzella. E intorno a lui si fa silenzio. Parla con difficoltà e con affanno, e agita nell’aria le sue mani contorte quasi a pescare nello spazio le parole che non trova nella sua bocca deformata. Siamo dentro le mura di un ricovero per infermi gravi in cui Felice entrò settantatré anni fa e da cui non è più uscito.
Fu un mattino d'inverno, racconta, per la precisione era il 5 febbraio del 1938, che suo padre lo portò in bicicletta dal suo paese natale, Monopoli, all'ospedale ortofrenico di Bisceglie, più di settanta chilometri percorsi al freddo su una statale che costeggia il mare. E tu lo immagini quel bambino paralizzato, appollaiato sulla bicicletta di suo padre, avvinghiato a lui con le sue manine deformi e le gambe penzolanti, che non capisce dove stiano andando. Dove mi porti, chiede il bambino handicappato al padre. Ti porto da un dottore che ti farà camminare, gli rispose il padre. Una bugia pietosa ma necessaria. Una famiglia modesta, una scuola che non accoglie handicappati gravi come Felice; fuori un mondo aspro, povero e inclemente.
Allora suo padre decide di portarlo nella Casa della Divina Provvidenza, dove vengono accolti da un parroco misericordioso, come in un Cottolengo del sud, tutti gli infermi più disperati che hanno perduto l'uso del corpo o della mente o non l'hanno mai avuto. Il bambino non lo sa, spera davvero nel medico miracoloso che lo farà correre e giocare come gli altri bambini. Ma da quel giorno fu lasciato lì, tra le suore, gli infermi e gli infermieri, e non è più tornato a casa sua. Ci è entrato da bambino tra queste mura e non ha conosciuto altro mondo che quello di un ospedale per dementi e deformi. Qui è cresciuto nella sua immobilità, qui ha vissuto tutta la sua vita, se può dirsi vita, diremmo noi scontenti.
Ma oggi che fa il bilancio della sua vita, Felice difende la memoria di suo padre e dice che suo padre fu di parola, perché lui in effetti qui ha imparato a camminare. E tu lo guardi sprofondato nella sua carrozzella e pensi che stia pietosamente vaneggiando. Ma lui, dopo una pausa che ha riempito di indicibile intensità le sue parole, dopo un sospiro carico di pianti stagionati e trattenuti, dice che davvero qui, in mezzo agli altri infermi, ha imparato a camminare anche senza le gambe; perché, dice, si può camminare con il cuore, si può camminare con l'anima, e così io ho camminato in tutti questi anni.
Noi che siamo intorno restiamo muti, immobili, commossi, con un brivido che ci attraversa la schiena.
Le nostre parole diventano superflue davanti alle sue, a quel corpo e allo spettacolo della sua vita offerta a noi passanti in questa sintesi folgorante. Con inerme ospitalità. Pensiamo allora alle nostre vite ricche e movimentate, pensiamo ai nostri mille viaggi, ai nostri corpi sani, alle nostre famiglie e alle nostre vaste conoscenze, eppure ci sembra che non abbiamo camminato come lui. Noi abbiamo avuto sette vite o settanta, lui una sola, dolorosa e autentica.
Felice benedice la sua vita inferma, benedice suo padre che lo lasciò per sempre in quell'ospizio per deformi, benedice il prete, don Uva, che lo accolse con le suore, benedice Dio che non è stato generoso con lui, benedice la provvidenza che gli ha dato una vita in una carrozzella recluso dentro un ospedale. Benedice chi gli ha dato la possibilità di vivere una vita ulteriore e un cammino spirituale tramite il suo corpo deformato. Davanti a lui, Felice non solo di nome, minuscolo nella sua carrozzina come una vigna dai rami contorti, ci vergogniamo delle nostre vite piene di ogni bene e di ogni cammino; vite libere, leggere, mobili, vissute in compagnie d'amore, che pure si protestano infelici o carenti di qualcosa.
Noi ci lamentiamo anche se ci manca il superfluo, lui non si lamenta anche se gli è mancato per una vita il necessario: le gambe, il corpo, la vita vissuta, una donna, una famiglia. Io non ho paura, annota Felice, soffro ma amo la vita dal profondo del cuore, e scrivo perché la scrittura salva dalla morte. Felice si è scritto pure la sua lapide: «Qui giace un cuore che ha tanto amato in vita e in solitudine guardando con gli occhi dell'anima tutte le bellezze del creato, glorificando il creatore». Ma dove le ha viste lui le bellezze, lui che ha vissuto recluso tra i malati in un ospedale? Eppure le ha viste, Felice, le ha viste meglio di noi, con gli occhi dell'anima. Le sofferenze avvicinano a Cristo, ci dice, e poi avverte che le sofferenze non si possono eliminare dalla faccia della terra, dobbiamo caricarcele sulle spalle. Lo dice con una smorfia di sorriso soprannaturale venuto dall'infanzia.
Del resto, il suo stentato parlare gli impedisce ogni finzione e ogni enfasi; dice l'essenziale, le parole escono scarne dalla sua bocca deformata. Con quel filo di voce non può offrire nient'altro che la verità. La nuda, cruda, essenziale verità. Anche vivere così è valsa la pena. Mi scuso se vi ho raccontato una storia senza notizia, giornalisticamente irrilevante; a volte sono un po' cretino, mi lascio prendere dalle inezie del cuore. Ma ascoltando Felice pensavo alla vita artificiale annunciata sui giornali con la scienza che prende il posto di Dio. Pensavo ai tentativi di eugenetica per avere solo vite sane e perfette, eliminando l'imperfezione e i suoi dolori dalla faccia della terra.
Poi pensavo a quanti invocano l'eutanasia per evitare sofferenze. Ed ho rivisto lui, Felice, in carrozzella da ottant'anni, aggrappato con amore a quel fil di vita, alla natura che pure gli fu matrigna, alla vita che gli fu così avara, amante delle sue sofferenze. E l'ho rivisto poi stanotte, in sogno, sulla bicicletta ereditata da suo padre, che pedalava col cuore, correva con l'anima e fendeva a tutta velocità le vie del cielo.
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Commenti
credo che viviamo in uno stato ancora libero nelle scelte individuali e laiche.
io non pretendo di convincere nessuno, quel Felice lo conoscevo e me lo ricordo, ero piccolo ma mi è rimasto impresso il fatto che tutti, compresi alcuni suoi parenti, lo scanzassero.
però come rispeto gli altri pretendo che anch'io (le mie idee) vengano rispettate.
Non posso accettare moralismi su e di chiesa ed eutanasia ognuno faccia ciò che crede.
Tuttavia, non posso non rilevare estrapolazioni e interpretazioni gratuite e fuorvianti delle mie frasi.
Perciò, le propongo un esercizio diverso, quello di indicarmi quali mie affermazioni danno a intendere direttamente o indirettamente che per me la medicina sia una scienza esatta; che per me grazie ad essa noi oggi abbiamo vite sane e perfette o le potremo avere; che per me i portatori di handicap vanno buttati a mare.
Io torno a dire che Veneziani e Il Gironale speculano su una storia triste per andare a parare sulle solite conclusioni ideologiche (Dio prima della scienza, no eutanasia, no eugenetica): cosa del tutto legittima, se non fosse che per il fatto che essi e le parti politiche nelle quali si riconoscono vorrebbero imporle, tramite le leggi dello stato italiano, a tutti i cittadini italiani, credenti o non credenti che siano. Altro non ho detto.
Cordialmente.
se nessuno capisce il suo pensiero - riferendo a Lei cose da Lei mai dette nè pensate - le consiglio caldamente di controllare quello che scrive - e come lo scrive.
Scrivere è una tecnica, e si può imparare. Parole non mie ma dell'ironico Severgnini.
Da quello che dice, il problema non è che ci siano persone che la pensano diversamente da Lei (ci mancherebbe!), ma che in parecchi proprio non la capiscono - altrimenti non si degnerebbe di replicare puntualmente proponendo i dovuti chiarimenti.
Saluti.
Ma a prescindere da tutto ciò, la questione di fondo che a me sta a cuore è che uno stato non deve emanare leggi ispirate a principi religiosi per il semplice motivo che quei principi per molti cittadini possono non avere alcun significato. Ovviamente, rifuggo dal contrario, ossia dal fatto che uno stato possa impedire per legge ai propri cittadini di esercitare il loro credo religioso o d'altro genere e quindi fare scelte ispirate ai principi di esso. Buon esempio di contemperamento delle esigenze di tutti è la legge sull'aborto con la sua previsione dell'obiezione di coscienza (che si presume sia praticata sempre per motivi leciti o almeno in piena libertà ).
Non mi pare di dire cose astruse, ma soprattutto credo che ormai il mio pensiero dovrebbe risultare chiaro, per cui prego tutti coloro che non lo condividessero di criticarmi quanto vogliono (ci mancherebbe!), ma di non (continuare a) farmi dire cose mai dette nè pensate.
Ancora un cordiale saluto a tutti.
Che la diagnosi prenatale abbia tuttora dei limiti non lo metto in dubbio, al pari di chissà quante altre tecniche mediche e non, ma se si pensasse di governare la scienza con criteri religiosi limiti ne avrebbe ancora di più.
Ugualmente, non ho detto che abbiamo vite sane e perfette, nè che mai ne avremo, ma solo vite migliori: è un delitto perseguire ciò?
E' il PIL in sè che ha limiti enormi nella misura del benessere effettivo delle comunità ed è la sua stessa definizione che in automatico può portare a storture come quella da lei denunciata, indipendentemente dalla volontà dei singoli e degli stati (per quanto, ad essere pignoli, ci sono situazioni in cui i portatori di handicap fanno aumentare il PIL, per esempio acquistando un autoveicolo speciale; ma sono cose che in questa sede non contano).
Proprio sui tagli alle spese per gli insegnanti di sostegno, vorrei ricordare che lo stato italiano taglia sugli insegnanti di sostegno perchè non vuole tagliare su quelli di religione nè sulle provvidenze per le scuole private, che di fatto sono d'ispirazione religiosa e non sempre sono ben disposte ad accogliere i portatori di handicap. (SEGUE)
1) Felice crede in Dio, Lei molto probabilmente è ateo. Nessuno impone la propria fede sugli altri, semmai la comunica. Se Dio esistesse non sarebbe scienza. E la medicina (visto che di questa "scienza" stiamo parlando) non è una "scienza esatta" - come amano definirla gli addetti ai lavori, medici o ricercatori che siano.
2) La medicina ha fatto innegabili progressi in tutti i campi. Che Lei possa credere che con essa abbiamo oggi vite sane e perfette mi lascia basita. Le è mai passato per la testa che quando in sala parto si danno indici di Apgar bassi dopo gravidanze fisiologiche e parti senza evidenti sofferenze fetali molto probabilmente avremo a che fare con un bimbo spastico/tetra/paraplegico i cui limiti li scopriremo solo vivendo? - perchè NESSUNO "scienziato", presente in sala parto o in rianimazione neonatale, nonostante i progressi della medicina, è in grado di dirlo. Nessuna "eugenetica" prenatale può certificare con tanto di bollino come sarà la vita prima che questa abbia inizio.
3) Le auguro di incontrare sempre persone di buon cuore che come me, leggendo l'articolo, hanno pianto, a prescindere dall'avere o meno una fede religiosa. Sicuramente sa che questo adorabile Stato laico reputa le persone con handicap un freno allo sviluppo del progresso e all'aumento del PIL, taglia gli insegnanti di sostegno e neanche si pone il problema che persone con gravi disabilità fisica abbiano bisogno di infrastrutture adeguate per poter vivere. Ovviamente, grazie ai famigliari e ai volontari - atei o credenti che siano, sicuramente persone in buona fede - il progresso della solidarietà organizzata consente a molti disabili di avere un "fil di vita" cui aggrapparsi.
Le auguro di non aver mai esperienza diretta con uno storpio: Lei non sopravviverebbe all'incontro.
Infatti, se leggi bene il mio primo commento, non puoi non notare (salvo malafede, scusami) che c'è scritto "spettabile Redazione, SE condividi i contenuti dell'articolo".
Stessa considerazione vale per la gentile INCORONATA, la quale però ha un approccio più neutro, nel senso che mi precisa che richiamare un articolo altrui non significa necessariamente condividerlo.
Cosa peraltro a me già chiarissima, avendo appunto scritto "spettabile Redazione, SE condividi i contenuti dell'articolo" e non altro.
Il resto sono solo forzature gratuite, magari causate solo da una lettura frettolosa e non da mala fede, ma tali restano.
Ancora un saluto a tutti.
Insomma, Veneziani e Il Giornale "sfruttano" una storia in sè tenera e commovente per arrivare alle solite conclusioni, solo suggerite ma comunque ben evidenti.
Cordiali saluti a tutti gli intervenuti.
questo articolo è apparso su "Il Giornale", capirà bene quindi, che non è espressione della redazione.
Detto questo, vorrei precisare che pubblicare un articolo, una lettera o una nota non significa necessariamente condivederla. Semplicemente, tutti hanno libertà d'espressione ed ogni pensiero, storia o opinione- condivisa o meno- può portare alla luce aspetti degni di dibattito.
Ecco il senso della pubblicazione di articoli anche esterni, di punti di vista anche (in linea di massima) non condivisi.
Potrei rispondere alle Sue domande, ma sarebbero considerazioni del tutto personali.
Resto a Sua disposizione per qualsiasi altro chiarimento.
Grazie per la partecipazione
Incoronata Silvestri
346.58.81.234
Concordo con chi mi ha preceduto ed aggiungo a costoro, difensori della vita a tutti i costi:
1) sulle cosidette missioni di pace che costano agli italiani milioni di euro (che potevano essere utilizzati al posto dell'ennesima stangata che ci apprestiamo ad assorbire) che procurano morte e morti anche tra i nostri soldati (non eroi, ma soldati che vanno lì solo perchè sono PAGATI PROFUMATAMENTE) che ne pensano il camerata veneziani, la chiesa e quanti credono nell'articolo?
2) sullo sfruttamento dei lavoratori che spesso arriva alla morte di lavoratori in nero italiani, rumeni, polacchi, tunisini, marocchini, ucraini, ecc., che ne pensano il camerata veneziani, la chiesa e quanti credono nell'articolo?
3)sul fatto che viviamo in uno stato laico (così è scritto nella costituzione) che dovrebbe consentire a tutti indistinatmente di professare le religioni che meglio gradiscono o di non professarne affatto, quindi con ampia libertà di scelte personali che ne pensano il camerata veneziani, la chiesa e quanti credono nell'articolo?
1) che Dio esista è tutto da dimostrare e comunque come ti (vi) è data la libertà di crederci, così devi (dovete) dare la libertà di non crederci; al limite, per alcuni Dio può essere la scienza e nessuno, quindi neanche tu (voi), può arrogarsi il diritto di stabilire quale Dio sia più Dio
2) se non avessimo rincorso vite non sane e perfette, come dici (dite) con espressione ad effetto ma fuorviante, ma semplicemente migliori, tutta la medicina (e molte altre branche di conoscenza) non avrebbe avuto alcuno sviluppo, tanto che al limite anche una polmonite tuttoggi avrebbe potuto essere letale
3) ognuno deve poter scegliere quale vita vivere e se viverla, senza decisioni precostituite, peggio se su base ideologica, come del resto non potrebbe che essere.
Insomma, togliti (toglietevi) dalla testa l'idea di poter imporre in vostro Dio agli altri e ficcatevi bene in zucca, una volta per tutte, che lo Stato deve essere laico.