Il grande giornalista e scrittore a Polignano.
Si è chiusa sabato 17 luglio, la nona edizione de “Il libro possibile”. Nell’ultima giornata polignanese, un ospite d’eccezione: Roberto Saviano. Commovente, toccante e a tratti malinconico. E sempre “istruttivo”. La risposta del pubblico è stata esemplare. La piazza stracolma in ogni dove. Ha gli occhi stanchi, Roberto, gli occhi di vive una condizione anomala. Di chi è consapevole che la propria vita non è più solo nelle mani di un Dio, o del fato. Ma nelle mani di criminali, di lestofanti, di gente senza scrupoli. Ogni rumore sospetto è motivo di ansia. Ogni attimo concitato potrebbe essere l’ultimo. Questa non è vita. Qualcuno ha detto che “Saviano si è arricchito parlando di camorra, mafia e brogli d’ogni genere”. Come se fosse un demerito avere il coraggio di dire come stanno le cose. Come se uno con le sue capacità non avesse potuto scrivere e vivere solo di romanzi. Ho sentito Emilio Fede dire (riferendosi a Saviano) che le spiegazioni dei meccanismi mafiosi funzionano da amplificatore, al punto da fomentarla. Come se, dice Saviano stesso, scrivere libri di oncologia possa essere un modo per diffondere il cancro. Non è una vita la sua. Mai un momento di pace, una passeggiata in campagna, un momento con la famiglia.
Certo, ha venduto milioni di libri, perché? Perché la gente ha sete d’informazione. La gente vuole sapere, vuole capire. Dare un alone di magnificenza alla mafia, un senso di potere e rispetto è ciò che richiedono i mafiosi stessi. Spiegare nei dettagli come funziona, invece, è un’altra storia. Si ha paura e si teme ciò che non si conosce. Carpirne le loro bassezze umane, la loro mancanza di senso della civiltà, del rispetto, del buon senso. Scoprirne l’arroganza, la violenza e i contatti con i politici. Questo spaventa veramente i mafiosi.
La ricostruzione fatta ieri da Roberto Saviano di come sia nato il falso dossier contro il governatore della Campania, Stefano Caldoro, per impedirgli di candidarsi, è esemplare e impressionante. È una ricostruzione basata sui fatti e sulla trascrizione letterale delle intercettazioni effettuate dalla Polizia giudiziaria, dalle quali emergono non solo i nomi di chi preparava il fango da gettare sul volto di Caldoro, a cominciare da Nicola Cosentino sottosegretario all'Economia e coordinatore del Pdl in Campania, ma il loro linguaggio, la loro tecnica delinquenziale, la loro disponibilità al malaffare, la rete delle loro relazioni politiche e giudiziarie. Saviano dice che guardare a fondo in quella sentina “ti prende allo stomaco”. È verissimo. Mentre leggi quelle conversazioni, ascolti quel dialetto che è l’argot di una banda, sei afferrato dal disgusto. Per andare avanti fino alla fine devi fare forza a te stesso. Ti sfilano davanti non soltanto i faccendieri della “malanità” ma personaggi di massimo rilievo politico e professionale, dirigenti del partito di maggioranza e lo stesso leader del Pdl e capo del governo nazionale.
Roba da brividi. E il nostro compito, qual è? Informare e poi ancora informare, in maniera imparziale, proprio come fa lui. Peccato che questo suo desiderio d’informazione libera si scontri con i poteri forti e senza scrupoli di questo paese. Mi spiace che per inseguire un’ideale si debba perdere il diritto a una vita serena. Non dovrebbe essere lui a vivere nel terrore. Saviano, io sono con te e con quella tua stupida idea di giustizia, di senso civico, di rispetto delle regole e di voglia di informare in modo sano e corretto, senza essere manovrati dai poteri forti di questo mondo malato.
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P.S.: Anche i giornalisti che hanno fatto scuola possono inciampare in una gaffe. "Quel" dialetto, quello campano, non è l'"argot" di una banda ma una delle espressioni della cultura di un popolo. Era anche il dialetto di don Peppe Diana e di Giancarlo Siani. Anche se Totò Riina parlava in dialetto siciliano non significa che esso sia un codice mafioso, essendo lo stesso dialetto di Paolo Borsellino e Peppino Impastato.