Figli dell’ombra di Niky D’Attoma, è il racconto che i giurati dell’Arci di Bari, sotto la supervisione del direttore artistico Luca Basso, hanno selezionato per rappresentare, nella categoria Letteratura, la nostra Regione durante la Biennale dei Giovani Artisti dell’Europa e del Mediterraneo, ospitata quest’anno nella capitale macedone Skopje. Giovane conversanese, studente di Medicina e sound designer della Compagnia di Marienbad, Niky D’Attoma è da anni attivo nella ricerca e nella sperimentazione delle nuove forme di comunicazione artistica. Confidando di farvi cosa gradita, vi proponiamo il disteso colloquio che abbiamo avuto modo di tessere con l’autore.
Il testo, fin dalla sua apertura, denuncia una possibile chiave di interpretazione sociologica: una lucida descrizione del vuoto che avvolge la “generazione dei figli” disgregati dalla società adulta e traditi dal mito tecnologico. Chi sono questi figli dell’ombra?
Non sono una generazione di mezzo, ma una generazione di fine che non sa di guardare verso l’ignoto. Chiunque sia nato verso la metà degli anni ’80, a mio avviso, è passato attraverso il maggior numero di cambiamenti, tutt’ora in corso. Siamo, insomma, la generazione che ha dovuto adattarsi più velocemente e che, di conseguenza, si è potuta affezionare di meno a ciò che le era intorno.
Dunque, nella magmaticità della mutazione, si vive l’angoscia dell’assenza di qualsiasi punto di riferimento, o se n’è inconsapevoli?
I punti di riferimento cambiano, in modo capillare. È difficile fare una fotografia generazionale: ogni generazione, e questa non fa eccezione, è molto eterogenea: si va da chi si basa sulla Bibbia a chi preferisce (con la stessa serietà) Final Fantasy. È come se ognuno si fosse rinchiuso nelle proprie certezze, e quando queste inevitabilmente crollano, ecco che si scopre l’ombra di cui si è portatori.
Ovvero?
Freud, da qualche parte nei suoi scritti, lo chiamava “quel nocciolo di buio”. Ma io non mi riferisco solo all’inconscio… L’espressione mi è rimasta cara, perché compara l’esistenza umana a un frutto. Il parallelismo con la vita vegetale è molto presente nei miei scritti, anche nel senso di una coscienza ecologista da non dimenticare mai.
Venendo ai personaggi, entrambi sembrano in preda ad una crisi identitaria, denunciata sia dal generico pronome con cui li indichi (“lui” e “lei”) che dal loro continuo “perdere l’equilibrio sui marciapiedi taglienti”, che amputano porzioni fisiche e psichiche dell’essere. Questi i frammenti di una società impazzita?
I pronomi, come le note a piè di pagina, sono frutto di una scelta puramente estetica. Si guardi, ad esempio, Marguerite Duras, scrittrice che amo più di ogni altra. Cionondimeno, spero che, alla fine del racconto, si siano conosciuti i personaggi più di quanto non sarebbe possibile se gli avessi dato un nome. La mia intenzione era proporre una biografia aperta, più che spersonalizzata: la ricerca dell’identità è continua. Per quanto riguarda la “follia”, non so sia la società o i personaggi ad essere impazziti; di certo ci sono degli aspetti della società, e degli individui, che sfuggono al controllo – ma se sia un bene o no, non è dato saperlo. Almeno per il momento. Per rispondere al problema identitario, l’identità è il risultato della scalata dal tutto, al possibile, all’una cosa. Questo pone l’identità stessa in un rapporto dialettico con l’alterità, rintracciabile nell’incontro tra i due personaggi: se non si fossero incontrati in quel modo non sarebbero arrivati a quelle determinate conclusioni. Tanto è vero che il paradosso delle coscienze si risolve attraverso l’incontro dei corpi.
Crisi identitaria, debolezza ed insicurezza persino dell’esistere, che porta ad una reiterata necessità di affermarsi, di testimoniare l’esserci.
C’è il bisogno di esserci, di conferme, lo sentiamo tutti; è lo stesso bisogno che ci spinge nella vita quotidiana ad essere presenti, ad esempio, sui social network. Una necessità che si scioglie e getta i suoi tentacoli verso un bisogno di sapere, di avere contatti, di esistere attraverso quei contatti, con tutte le domande del caso: che tipo di contatti, sono veri o fasulli, a cosa portano?
Con espediente che attinge alla pratica metaletteraria, il personaggio maschile suggerisce al suo lettore che il protagonista di tutta la vicenda è la città. Eppure questa città tentacolare la si conosce solo attraverso la visione ludico-onirica di “lui”. Questo straniamento letterario a quale risultato ambisce?
Mentre scrivevo mi sembrava ovvio che fosse lui a parlare della città, ma entrambi sanno bene dove si trovano. Lo straniamento vuole arrivare all’immagine del trattenere, del frenare, di un luogo dove non si crea un’atmosfera di comunità e condivisione ma ci si guarda con sospetto, ci si controlla e ci si spia vicendevolmente. Non è un caso che nel strutturare la mia città abbia preso spunto da Ozersk, una città nucleare che ha subito un incidente disastroso nel ’57 diventando l’emblema del fallimento – passato sotto totale silenzio – di una grande potenza, l’Unione Sovietica. Ho preso questa realtà e l’ho trapiantata nel Mediterraneo: ed ecco che la città, che va naturalmente verso il caldo, diventa quel microcosmo cristallizzato, trattenuto, di cui parlavamo.
La città atomica sembra essere messa in scacco dal sentimento, dall’amore: all’avviso di raffreddare la temperatura dei propri corpi, alla necessità di coprirsi bene per non ammalarsi di vita, lui e lei oppongono, con un atto che sa di roulette russa, il calore viscerale della mescolanza dei propri fluidi, del proprio sangue.
È probabile che questa maniera nevrotica di vivere i rapporti umani sia messa in scacco dall’aver intravisto la chance di vivere delle relazioni e dei contatti in una dinamica positiva. Tuttavia, non si tratta di un amore infinito, casomai volutamente indefinito: è un momento di entrambi che non è dato sapere quanto durerà. Molto dipende dall’empatia del lettore con la storia.
I due “nuclei” si avvicinano troppo: qual è il risultato? L’inganno della città fredda che svanisce in una surreale esplosione che porta con sé il ritorno alla purezza, al positivo infantile, alla felicità del ricordo?
Prima o poi l’inganno della città fredda, la città atomica, la città dei demoni svanisce. È un’esplosione, o semplicemente una crescita, la possibilità di guardare al mondo con occhi più consapevoli. Ciò che mi preme è che i Figli dell’ombra non si sentano mai vittime, ma individui in grado di affrontare i propri demoni.
Un’altro punto decisivo del racconto è la feroce critica al mondo degli adulti, psichiatri che anestetizzano in sentire attraverso “l’educazione all’assenza di speranza”. Da dove deriva questa tua diagnosi?
La mia non è una critica alla scienza, al contrario è un profondo atto di rispetto e amore. Quello che volevo dire è che non nutro grande rispetto, professionale ed umano, nei confronti di quella gente che come prima cosa incasella una persona. Ma ci sono direzioni molto più interessanti, quali vengono individuate nel lavoro L’epoca delle passioni tristi, ad esempio. I due studiosi, Miguel Benasayag e Gérard Schmidt spiegano il proprio lavoro ambulatoriale a contatto con adolescenti problematici: non sempre la risposta giusta è correggere in maniera traumatica quello che succede, bisogna tornare all’ascolto, e non perderlo mai di vista.
La struttura del racconto ha uno spiccato taglio teatrale. Non a caso, è stato magistralmente messo in scena durante “La presa della Bastiglia”, serata di prove aperte, organizzata dalla Compagnia di Marienbad. Tutti i commenti sulla tua performance sono stati entusiasti, puoi darci qualche dettaglio?
È stata una ‘prima volta’: un lavoro interamente concepito da me, attori giovanissimi con i quali ho volutamente provato pochissimo, proprio per lasciare l’immediatezza di ogni sensazione. Ho sempre badato al ‘dietro le quinte’, luci, microfoni, soprattutto la musica – qui ero al centro dell’azione, a nudo. Una sensazione che ha del meraviglioso. Nonostante, mi rendo conto, per il pubblico sia difficile comprendere cosa sta guardando dalle prime battute. Ma dopo un po’, si entra nel mondo di Figli dell’ombra… e forse non ci si separa più!
Inoltre, per la Biennale, hai dovuto tradurre il tuo lavoro in inglese.
Sì, e non è stato semplice rendere il respiro interno del racconto in un'altra lingua. Guarda la parola “ghiaccio”, così diversa per peso e assonanze emotive rispetto all’analogo inglese “ice”. A parte queste difficoltà, la traduzione è stata una bellissima avventura, ancora dentro il testo, ma alla dovuta distanza, per correggere e sistemare punti oscuri. Tra l’altro, questo confronto continuerà poiché, sempre nel programma della Biennale è stato inserito un workshop sulle Città invisibili di Calvino e per l’occasione dovremo elaborare, direttamente in inglese, un testo sul luogo in cui viviamo.
Impegni futuri ?
A parte l’Università?… Al ritorno da Skopje terrò un laboratorio di scrittura creativa, intitolato L’autostrada della parola, il cui obiettivo è indagare il mondo della scrittura (e di chi scrive) attingendo alla pratica teatrale: l’immaginazione del corpo, il movimento, il dialogo tra voci diverse, la consapevolezza dello spazio e l’incontro con l’altro, alla ricerca di interazioni con altre forme espressive. Infatti, il laboratorio della durata di tre mesi, culminerà con l’allestimento di un reading: un’esperienza di studio e condivisione per tutti coloro che vorranno. Infine ho concluso la stesura de L’amante, una riduzione teatrale del romanzo di Marguerite Duras, sulla cui messinscena sto lavorando con la Compagnia di Marienbad.
Per concludere questo nostro incontro, non troviamo miglior chiusa che la citazione di un emblematico frammento di “Figli dell’ombra”.
“Ma quando dal mio sguardo s’irradia la carne che tagli, quando seguirti nella città tumorale è il delirio, l’abbaglio, il morso che mi brucia la paranoia nel cervello — gli abitatori del formicaio nucleare pronti a sacrificare il loro sudore all’ideale nazi della perfezione corporea scappano di fronte al nostro desiderio, e io comprendo che non cerco riparo da niente e da nessuno men che meno da te, e non esiste verità possibile se non scavarti dentro.”
Per informazioni ed iscrizioni al corso di scrittura creativa “L’autostrada della parola”:
Niky D’Attoma
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