Venerdì 25 Maggio 2012
   
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IL RITORNO IN IRAQ DI GIULIANA SGRENA

E' solo prerogativa delle persone più coraggiose e tenaci tornare sul logo del proprio rapimento, come nel caso di Giuliana Sgrena. Qui a Polignano, ieri sera ha presentato "Il ritorno. Dentro il nuovo Iraq": a cinque anni dal suo rapimento, è tornata proprio a Baghdad, ove la gente è tornata a mangiare sulle rive del Tigri e le donne hanno riconquistato una visibilità sociale e politica, tanto da abbandonare il velo. Abbiamo intervistato Giuliana Sgrena, una  grande donna dalla sensibilità umana e giornalistica.

Come mai è tornata in Iraq, rivivendo il proprio rapimento?

Sono tornata sul luogo del rapimento pèer due mortivi. In primis, per un motivo personale. Credevo di poter dimenticare questa brutta storia, ma non è stato così. Anzi, il mio percorso di vita mi ha ricondotta proprio a rivivere quei giorni. Ho continuato dapprima a lavorare come inviato all'estero, ma non era abbastanza. A tale proposito, è legato il secondo motivo del mio ritorno: dovevo tornare a svolgere il mio lavoro e l'Iraq aveva bisogno di qualcuno che raccontasse la sua vita.

Ha avuto molto coraggio.

Sono stata solamente determinata. Dovevo superare il mio trauma.

Cosa si prova ad essere un inviato di guerra?

Non è questa l'esatta definizione. Vado in Paesi stranieri sia in tempo di pace che di guerra, anche se non vorrei che quest'ultima ci fosse. Mi reco comunque nei Paesi martoriati dalle sofferenze per seguire e documentare queste vicende e, del resto, il mio giornale preferisce inviare giornalisti che già conoscano la situazione.

Qual è il ricordo del suo rapimento che la perseguita ancora?

La cosa che ancora brucia dentro di me è la sparatoria che ha causato l'uccisione di Calipari. E' l'episodio che mi fa più male: pensavo oramai di essere libera, che fosse finita, ma non era così. Dopo il rapimento, comunque, per me sono cambiate molte cose: non riesco a dormire senza sonnifero, soffro di claustrofobia e il contatto con la morte mi fa vivere gorno per giorno. Vivo il quotidiano e non riesco più a fare progetti a lungo termine, dal momento in cui sono stata a contatto con la morte. Quando ero nel rifugio, ogni volta in cui i rapitori giravano la chiave della porta temevo di essere uccisa.

Le è piaciuta l'atmosfera che si respira qui, al Libro possibile?

Ho riscontrato un grande entusiasmo tra la gente, una voglia di vivere grandiosa. Sognavo di venire a questa rassegna di cui avevo sentito tanto parlare. Sono affezionata ala Puglia, regione in cui ho raggiunto il maggior numero di presentazioni, probabilmente perchè c'è una maggiore vivacità culturale. Anzi, presto tornerò qui, a Mola di Bari, per ritirare un premio dedicato al viaggio, il 29 agosto.

Allora la aspettiamo il prossimo anno, con un altro libro.

Magari fra due anni, così avrò il tempo per un altro reportage!

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