Domani, 3 settembre, presso il chiostro del Conservatorio di Monopoli, il M° Gianni Lenoci darà vita ad un improvvisazione pianistica dal sapore tridimensionale: basato sull'abilità del pianista monopolitano, la serata avrà come base di stimolo sensoriale e visivo le immagini di Dziga Vertov (L'uomo con la macchina da presa). Lo spettacolo, previsto per le 21 nel Chiostro del Conservatorio "Nino Rota", vedrà impegnato da un lato il M° Gianni LENOCI, al pianoforte, Domenico TAGLIENTE, ai suoni live electronics.
L'uomo con la macchina da presa ( Chelovek s kino-apparatom) è un film del 1929, diretto dal regista sovietico Dziga Vertov.
Il film è forse il compimento massimo (e finale) del movimento kinoglaz (cineocchio), nato negli anni venti per iniziativa di Vertov e propugnatore della superiorità del documentario sul cinema di finzione che, in sostanza, deve essere bandito perché inadatto a formare una società comunista.
Vertov raccoglie l'esperienza di anni di documentari propagandistici, le sue radici futuriste, le sue teorie secondo le quali il cinema deve essere uno strumento a servizio del popolo e della sua formazione comunista, e sublima il tutto in un'opera tecnicamente all'avanguardia e che ancora oggi colpisce per originalità e vivacità.
La giornata, dall'alba al tramonto, di un cineoperatore che riprende per lo più scene di vita quotidiana per le strade di Mosca, e che ci mostra anche la sua arditezza alla ricerca di inquadrature a sensazione, sopra, sotto o a fianco di treni in corsa. Il film si apre con il totale di una sala cinematografica che da vuota si riempie in un attimo. La stessa sala si rivedrà in chiusura del film dopo una sequenza nella quale la macchina da presa ha cominciato a muoversi da sola sul treppiedi, senza operatore, e prima di vedere la facciata del Teatro Bolshoi frantumarsi grazie ad un effetto ottico.
In un'accezione ideale, l'improvvisatore è colui che agisce spontaneamente, alla stessa maniera dell'artista che si esercita nella action painting, e lascia scaturire dei suoni con gesto non premeditato. [...]
L'improvvisazione è un'attività creativa che rivendica la libertà sotto tutte le sue forme. Il suo fine socioculturale è quello dell'affrancamento dai Diktat politici ed estetici, mettendosi in luce come un'esplorazione costante del materiale musicale. Questa fuga in avanti è nemica della premeditazione, della speculazione, e al limite, della memoria. La sua pretesa è di essere una ricerca all'infinito di risultati mai raggiunti; essa è dunque inesauribile e inesaurita.
(Johanne Rivest, Alea, happening, improvvisazione, opera aperta, in Enciclopedia della musica, Vol. III, p. 318, Einaudi, Torino 2001)
L'uomo con la macchina da presa ( Chelovek s kino-apparatom) è un film del 1929, diretto dal regista sovietico Dziga Vertov.
Il film è forse il compimento massimo (e finale) del movimento kinoglaz (cineocchio), nato negli anni venti per iniziativa di Vertov e propugnatore della superiorità del documentario sul cinema di finzione che, in sostanza, deve essere bandito perché inadatto a formare una società comunista.
Vertov raccoglie l'esperienza di anni di documentari propagandistici, le sue radici futuriste, le sue teorie secondo le quali il cinema deve essere uno strumento a servizio del popolo e della sua formazione comunista, e sublima il tutto in un'opera tecnicamente all'avanguardia e che ancora oggi colpisce per originalità e vivacità.
La giornata, dall'alba al tramonto, di un cineoperatore che riprende per lo più scene di vita quotidiana per le strade di Mosca, e che ci mostra anche la sua arditezza alla ricerca di inquadrature a sensazione, sopra, sotto o a fianco di treni in corsa. Il film si apre con il totale di una sala cinematografica che da vuota si riempie in un attimo. La stessa sala si rivedrà in chiusura del film dopo una sequenza nella quale la macchina da presa ha cominciato a muoversi da sola sul treppiedi, senza operatore, e prima di vedere la facciata del Teatro Bolshoi frantumarsi grazie ad un effetto ottico.
In un'accezione ideale, l'improvvisatore è colui che agisce spontaneamente, alla stessa maniera dell'artista che si esercita nella action painting, e lascia scaturire dei suoni con gesto non premeditato. [...]
L'improvvisazione è un'attività creativa che rivendica la libertà sotto tutte le sue forme. Il suo fine socioculturale è quello dell'affrancamento dai Diktat politici ed estetici, mettendosi in luce come un'esplorazione costante del materiale musicale. Questa fuga in avanti è nemica della premeditazione, della speculazione, e al limite, della memoria. La sua pretesa è di essere una ricerca all'infinito di risultati mai raggiunti; essa è dunque inesauribile e inesaurita.
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