La Galleria SpazioSei di Monopoli ospiterà, fino al 20 Giugno,
la personale di Maria Conserva, dal titolo Natura Contemplata. La poliedrica artista brindisina denuncia un approccio alla pittura decisamente esistenzialista: interiorizzare modi e modelli della sublimità artistica del post-impressionismo, coniugandoli in un permanente stato di personale ricerca. Vi proponiamo alcune battute che abbiamo avuto modo di scambiare con l’artista.
Dalla pedagogia all’arte: il motivo di questa scelta?
L’esperienza artistica completa il mio percorso. La pedagogia, come la filosofia, studia l’uomo e, alla fine, l’arte può essere intesa quale riflessione su se stessi. Nel momento in cui mi pongo dinanzi all’opera è come se avviassi un percorso, che si accresce giorno dopo giorno, d’intima conoscenza di me stessa: mi incontro nelle tele, piuttosto che nei soggetti che scelgo anche inconsciamente, scoprendo maieuticamente la verità di ciò che mi caratterizza. Ebbene, questa conoscenza è pedagogia: formarsi per formare, scendere nella profondità più latente del sé per poi poter donare ciò che si è afferrato attraverso la realizzazione dell’opera che, una volta compiuta non appartiene più all’artista, ma al fruitore.
Nel catalogo i cui testi sono a firma di Vittorio Sgarbi, si pone l’accento sulla contraddizione insita nel suo percorso: da un lato il tentativo di definizione stilistica dall’altro un’inesauribile tensione alla ricerca. Ad oggi, qual è la direzione che sente più vicina?
Sgarbi ha già avuto modo di guardare alcune mie nuove realizzazioni durante la sua presentazione in occasione della mia personale alla Miniaci Art Gallery di Milano, affermando che il mio è pensiero che si muove. Questo a significare che nell’arte non si può mai abbandonare la ricerca. Nel mio caso, questa incessante ricerca, declinata tanto nell’arte figurativa quanto nella letteratura, si è andata unificando fino ad approdare all’espressionismo metafisico.
In questa sua personale, si nota l’assenza di figure umane.
Essendo in continuo divenire, nelle opere successive a quelle qui esposte, ho incominciato ad esprimermi anche nella figurazione, in una cifra stilistica orientata a quell’espressionismo metafisico di cui le parlavo prima. Figure che si emblematizzano in chiave ora poetica ora metafisica, allontanandosi dall’iperrealismo delle fattezze antropomorfe ed aprendosi allo stilema simbolista.
Sempre Sgarbi legge come leitmotiv delle sue creazioni un sempre crescente ermetismo. È una volontà di precludere il proprio messaggio al fruitore o apoché scettico, sospensione finché non sia maturata una personale conquista della verità?
La seconda: l’ermetismo ci appartiene in quanto esseri umani caratterizzati dal mistero. Non sempre l’arte deve esprimersi con gli oggetti, le tele che propongo alla Galleria SpazioSei sono opere di filosofia per immagine: si intravede il velo su cui vengono adagiate le nature morte che anticipa quello schermo posto agli occhi di chi osserva. Questo velo, nel prosieguo della mia ricerca, è andato sintetizzandosi, in onore dell’interpretazione di un’arte come continua sottrazione.
A differenza dell’immaginario collettivo che si ha dell’arte contemporanea à la page (un requiem al passato nella performance) lei sembra suggerire quel passato non solo concettualmente ma anche stilisticamente.
Dal primo momento, ho sentito la necessità di vivere alcuni maestri del post-impressionismo, da Cézanne in poi per intenderci, ripercorrendone il pensiero attraverso un medium, uno strumento, che è il colore ad olio. Un pigmento che consente, laddove non impone, di ritornare più volte sulla superficie della tela, abilitando un pensiero riflessivo che agevola la discesa in se stessi. Per quanto concerne il problema della contemporaneità, la mia riflessione non si pone sul piano sincronico o diacronico, semmai nella fusione di tali categorie. Una sorta di recherche – che affonda i suoi presupposti teorici in Proust, Bergson e Ungaretti – del sentimento del tempo: scorrere della clessidra come categoria esistenziale, non inficiata dalla nostalgia bensì impregnata di memoria.
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