
Nell'ambito della rassegna “Quello che non c'è”, di istanza al castello Carlo V dal 1 al 4 settembre, ieri sera è stata la volta di “Letteratura che non c'è”, dopo le precedenti serate che hanno ospitato la “musica che non c'è” e il “cinema che non c'è”.
Nello stesso castello -che ha ospitato anche una mostra di Francesco Palmitessa- ieri sera, dunque, la rassegna si è conclusa con la presentazione di un libro che invece realmente c'è e parla anche di fatti abbastanza reali: “Il ragazzo che credeva in Dio”.
L'autore, il giornalista e scrittore Vito Bruno, è stato vincitore del premio Campiello 2000 con il libro “Mare e mare” ed è un editorialista presso il Corriere del Mezzogiorno. Introdotto dallo storico e prof. Angelo Panarese, il quale ha brevemente riassunto e commentato il testo, Vito Bruno si è presentato come uno dei primi scrittori a parlare del Sud.
“Posso vantare di essere stato uno dei primi a raccontare questa terra e i suoi problemi” ha affermato a esordio del suo intervento.
Anche questo romanzo, come i precedenti, infatti, è ambientato in Puglia, in particolare la storia narrata si svolge a Taranto. Dal riassunto fatto dal prof. Panarese, si è inteso che il racconto ha come protagonista un “ragazzo” di cinquanta anni di nome Carmine. Carmine è un prete che a un certo punto della sua vita mette in discussione la fede, cioè quando conosce una ragazza montenegrina, Alena, sfruttata e costretta a prostituirsi da un clan di malavitosi.
“E' un tema molto vicino alla realtà e la storia è molto dinamica, portata avanti dai personaggi precisi e ben definiti, perché ho voluto evitare la noia che si riscontra in moltissimi altri romanzi” , ha aggiunto ancora l'autore. Poi lo scrittore ha evidenziato la forte carica umana e religiosa che compare nel racconto e la riscoperta di un territorio -Taranto e la zona circostante- che, sempre a sua detta, è stato quasi dimenticato e aveva bisogno di essere raccontato.
“È uno spaccato amaro del sud- ha continuato l'autore- e il prete protagonista ha una dimensione sociale a 360 gradi. Oggi pare che tutti pensiamo a noi stessi e non c'è quasi più quella dimensione sociale che invece il prete ha perché sta in mezzo alla gente e ha una funzione sociale, cioè agisce in prima linea”.
400 pagine, dunque, di una storia avvincente, con un tema e un'ambientazione, però, già ampiamente conosciuti dal pubblico più attento.
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