Venerdì 25 Maggio 2012
   
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ADDAMIANO TRA REALISMO E RICERCA

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La galleria SpazioSei espone l’ininterrotto dialogo

del Maestro di Brera con la gravina,

sospesa tra ricerca dell’origine e potere evocativo.

 

 

Lo scorso 3 ottobre, la galleria monopolitana SpazioSei ha ospitato  la personale del Maestro Natale Addamiano dal titolo “La Gravina e le sue luci”, magistralmente curata dalla Dott.ssa Mina Tarantino e fruibile ai visitatori fino al 21 Novembre. Cerchiamo di tracciare un breve profilo del percorso elaborato, in quasi quarant’anni di ricerca, dal Maestro, impegnato dal 1976 nella direzione della cattedra di pittura presso l’Accademia di Brera.

L’esperienza artistica di Natale Addamiano, originario di Bitetto (BA), inizia a partire dagli anni ‘70 concentrandosi  sugli interni  domestici, sulla res, massa figurativa sempre inafferrabile, sfocata, che gioca a raccontarsi in sequenza. La soglia d’attenzione, fin da ora, s’attesta sul fronte della propria inquietudine, come bene individua Dino Buzzati incantato dalla mostra “Diari notturni”: figurazioni nate dal soliloquio del cuore di  fronte al dramma della solitudine, della lontananza degli affetti, prive di rifermenti culturali  predominanti o manierismi imposti. Solo intimistico flusso di coscienza. Dal ‘77 il cambio di rotta, Addamiano abbandona l’esilio delle quattro mura e, preso sulle spalle il cavalletto, inizia a scoprire il paesaggio con occhio rotondo, en plein air secondo tradizione ottocentesca. Come conferma il Maestro:

“Questo passaggio dall’interno all’esterno è una pagina che si è chiusa senza nessuna impostura estetizzante, il fascino del paesaggio, che imparavo a studiare in tutte le sue declinazioni, mi ha portato ad iniziare un nuovo ciclo”.


Nella nuova operazione artistica, il paesaggio non può essere che quello pugliese, esplicantesi in masse geometrico-figurative definite dal colore materico e stratificato – con la gamma degli ocra e dei marroni a suggerire consunzione e desolazione – e dalla luce ieratica,  gialla a stordire o rossa ad incendiare la ferita del “popolo delle formiche”, della cava e della gravina infeconda. Il fruitore monopolitano si troverà di fronte ad un camminare a ritroso, denso di nostalgia, per recuperare l’infanzia e il potere evocativo, matrilineare, della terra; svelamento del totem fessura all’origine della storia dell’uomo. Diario strettamente personale che percepisce, impressionisticamente, la mutevolezza degli scenari a seconda del ciclo delle stagioni o dell’inclinazione dei raggi del sole nelle varie fasi della stessa giornata.

Eppure, a ben guardare, la prima maniera – quella dell’interno claustrofobico e vertiginoso – non è abbandonata del tutto; come ci fa notare Addamiano:

“In quasi tutti i quadri ci sono delle bande laterali che vogliono essere mimesi dei muri delle case di  campagna”. Parliamo propriamente di interni-esterni su cui lo sguardo dell’artista opera facilitando l’aprirsi di uno scenario a mo’ di palcoscenico, di rivelazione.

“Sovente mi sono portato all’interno delle numerose case abbandonate ed ho lasciato che quei muri, quei punti privilegiai d’osservazione dell’infinita distesa di terra e cielo, creassero una spontanea inquadratura da riportare sulla tela, una sorta di quinta di un remoto e primigenio teatro”.


Disquisendo sulla decennale produzione del Maestro, spesso si è parlato di realismo: tale accezione – a nostro avviso – dovrebbe essere intesa scevra da ogni sintagma ideologico, ovvero come ricerca e studio del vero senza indulgenze alla vis contestataria, alla denuncia della stortura. L’intento di Addamiano coincide con una messa in questione diaristica, come dicevamo, che ha come esito la trasfigurazione, “esorcismo visivo” delle forme osservate. Dismessa la pretesa del messaggio vaticinante da consegnare ai posteri, tutto s’accentra in una sfida personale al dialogo, nella convinzione che interpellare socraticamente il  dàimon (il fantasma onirico e psichico, che si cela nei solchi della terra, nelle cave e nei cieli che le sovrastano) vuol dire avvicinarsi, in una tensione infinita, al centro dell’asse d’equilibrio. Addamiano a sostegno di tale lettura cita insuperati maestri d’arte, da Turner a Morandi passando per Monet e Cezanne, che come lui hanno concentrato la propria attenzione su singoli soggetti:

“Questa reiterazione ad infinitum  della gravina ha l’unico scopo di entrare sempre più in confidenza con il paesaggio, arrivando ad un grado di conoscenza il più intimo possibile. Per ritornare a Monet, quando inizia a dipingere i cicli sulle ninfee non ha nessuna costruzione teorica che lo guidi se non curiosità e osservazione empirica, eppure, senza nessun calcolo, giunge ad anticipare l’astrazione, come Cezanne anticiperà il cubismo. Questo ci insegna che la sintesi, cui ogni artista aspira, non può essere raggiunta ex machina attraverso procedimenti retorico-culturali, ma a fronte di una ricerca perenne guidata dalla sincerità e dalla semplicità. Ancora oggi, quando inizio lo studio di un nuovo soggetto paesaggistico non raggiungo così facilmente la sintesi, c’è la fatica di conquistare la confidenza, la fatica del mestiere di osservatore e indagatore”.


Ultimo aspetto da affrontare in questo nostro profilo d’artista, è l’aspetto tecnico. Addamiano è uno dei pochi artisti che “non ha venduto l’anima alla modernità”, gran parte dei suoi lavori è realizzata attraverso pastelli ed oli, di contro ad una compagine artistica contemporanea che assume come mezzi d’espressione i più disparati ritrovati. Viene in mente La poesia della tradizione in cui Pasolini compiangeva la propria generazione per aver liquidato come nient’affatto interessante il patrimonio del passato, condannandosi a non  fruire liberamente – e quindi a non poter rielaborare con altrettanta spregiudicatezza – “la cultura dei padri”. Quando mai esaustivo, a tal proposito, Addamiani:

“Penso che Pasolini ha visto e interpretato la realtà del mutamento, cui tutti siamo andanti incontro, in maniera lucida se non profetica. Sono contento di aver raggiunto i miei traguardi senza mai perdere di vista la vocazione al lirismo della sintesi, quella che così bene traspare dalle nature morte di Morandi, senza mai tradire la poesia dell’immagine che, pur essendo un prodotto, non sarà mai commerciabile, esulando sempre e comunque dalle logiche de l mercato consumistico”.

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