
Il gioco senza fine
Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità
Una rilettura e un riascolto dell’opera pianistica di Nino Rota alla luce delle Lezioni americane di Italo Calvino
Domenico Di Leo
pianoforte
Musiche di Nino Rota
Conservatorio di Musica "Nino Rota", Monopoli (Bari)
Lunedì 12 dicembre 2011, ore 20.30
Il titolo di questo appuntamento si richiama alla sesta delle “Cosmicomiche” di Italo Calvino ed evoca affinità inattese tra un musicista e uno scrittore. Attraverso le idee dello scrittore credo di aver colto meglio alcuni aspetti peculiari della musica di Nino Rota e spero che potrete farlo anche voi: il neologismo “Cosmicomiche” rimanda a qualcosa di vasto, profondo e misterioso come il Cosmo ma anche alla leggerezza dello scherzo e del divertissement.
Profondità e leggerezza, serietà affrontata con un sorriso a volte tenero, altre sottilmente sarcastico.
Senso del gioco e capacità di giocare: e infatti Calvino e Rota, ciascuno nel suo terreno d’elezione, non smisero mai di giocare, considerando il gioco, come sanno fare solo i bambini e i grandi artisti, un’attività serissima.
Il concerto è quasi un’integrale: comprende infatti le più significative composizioni dedicate da Nino Rota al pianoforte, alcune più note, altre di ascolto molto più raro, alcune pubblicate da tempo, altre più di recente - come l’interessante Fantasia in sol, che Rota scrisse con l’idea di proporla ad Arturo Benedetti Michelangeli - altre - i due Valzer sul nome di Bach, recuperati e revisionati da Nicola Scardicchio (che ringrazio di cuore per avermene fornito una copia) - ancora in attesa di essere edite.
Uno sguardo complessivo su un non vasta ma interessante produzione, distribuita nell’arco di oltre quarant’anni, per contribuire all’omaggio e al ricordo del Maestro riscoprendone la musica.
E’ un impegno che ho affrontato con passione e convinzione.
Eppure devo ammettere che anch’io, tempo fa, guardavo alla musica strumentale, sinfonica e vocale di Nino Rota condizionato da alcuni diffusi preconcetti.
Ero tra coloro che, nel caso di Rota, non si ponevano nemmeno davvero in ascolto: quella musica mi pareva troppo “semplice” e “facile”, non abbastanza profonda, non abbastanza aggiornata, non abbastanza radicale, un po’ antiquata e decisamente inattuale.
Anch’io non mi sottraevo a inveterati luoghi comuni, come quello secondo il quale Rota sarebbe stato un grande autore per il cinema e un autore di musica “pura” non altrettanto significativo.
Poi, ad un tratto, trovatomi a suonarne e insegnarne la musica strumentale, ho cominciato ad esplorarla dall’interno, a sentirne il sottile incanto, a scoprire la reale bellezza della sua scrittura.
Ho cominciato a percepire che tra il Rota autore per i grandi registi e quello che scriveva per sé, per strumentisti e direttori, non c’era differenza: e questa era forse una delle chiavi per penetrare nel suo mondo creativo. Iniziavo a coglierne alcune qualità, valori, specificità.
Qualità, valori, specificità: sono i concetti di cui scrive Italo Calvino nella sua breve premessa alle “Lezioni americane”, libro del quale sto per dirvi e che, a sorpresa, mi è servito come una sorta di specchio attraverso il quale cogliere indirettamente l’immagine, le immagini del musicista di cui parliamo.
Ciò mi ha aiutato ad abbattere definitivamente i preconcetti.
A proposito di preconcetti: nei confronti di Italo Calvino non ne avevo alcuno. Per me si trattava e si tratta di uno dei massimi scrittori del XX secolo. Delle sue narrazioni ho sempre ammirato la leggerezza, la lucidità, la capacità combinatoria, la sapienza costruttiva: virtù da cui scaturiscono indimenticabili immagini letterarie di persone, cose, luoghi veri e immaginari.
Poi, ormai diversi anni fa, ho letto le “Lezioni americane”, trascrizione delle conferenze che lo scrittore fu invitato a tenere ad Harvard per l’anno accademico 1985/86 (causa la morte prematura dell’autore, nel 1985, le lezioni non ebbero luogo).
In quelle affascinanti letture/lezioni, nei testi preparatori che ci sono rimasti, Calvino proponeva cinque valori che la letteratura avrebbe dovuto conservare, tramandare, trasportare nel nuovo millennio (quello che Calvino non ha visto e che noi stiamo vivendo già da un decennio):
Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità.
Le pagine delle “Lezioni” hanno continuato a frullarmi per la mente ma, a un certo punto - non so precisamente quando - agli esempi letterari di Calvino cominciarono a sovrapporsi l’immagine di Rota ed il suono della sua musica.
Viceversa, se mi capitava di ascoltare o suonare Rota non potevo fare a meno di rivedere interi pezzi delle guizzanti, mobilissime, sapientissime lezioni calviniane.
E finalmente ho capito: Nino Rota e Italo Calvino mi sono apparsi spiriti affini. Vissero pressoché negli stessi anni (Calvino nacque dodici anni più tardi e morì solo sei anni dopo).Una collaborazione tra loro fu solo sfiorata (Calvino sceneggiò con Suso Cecchi D’Amico e Giovanni Arpino “Boccaccio ’70” di Monicelli, film del quale Rota scrisse la colonna sonora.
Soprattutto, ad un certo punto, Fellini pensò di realizzare un film dalle “Fiabe italiane” di Calvino e incontrò più volte, a questo scopo, lo scrittore: se il progetto fosse andato in porto, è impensabile che Rota non vi avrebbe preso parte a sua volta, essendo allora “il musicista” di Fellini).
Ma se anche la comunanza artistica fu solo sfiorata è difficile non vedere che una certa “stoffa”, una certa “sostanza”, sembra accomunare davvero queste due importanti figure della cultura italiana.
Cito da “Leggerezza”, la prima delle “Lezioni americane”, a pagina 24 dell’edizione Mondadori, quando si parla di Shakespeare (non a caso autore amato da Rota, che considerava la sua musica di scena per “Romeo e Giulietta” la sua cosa migliore):
“E non sto pensando solo a Puck e a tutta la fantasmagoria del Dream, o a Ariel e a tutti coloro che "are such stuff as dreams are made on," (noi siamo della stessa sostanza di cui son fatti i sogni), ma soprattutto a quella speciale modulazione lirica ed esistenziale che permette di contemplare il proprio dramma come dal di fuori e dissolverlo in malinconia e ironia”.
Se a tutto ciò che dice Calvino sulla poesia e sulla letteratura sostituiamo l’oggetto e immaginiamo che egli si sia riferito alla scrittura musicale e all’atteggiamento artistico di Rota, potremmo forse compiere un’operazione arbitraria. Arbitraria ma, a mio avviso, non illegittima.
Se volete comprendere meglio il senso di quanto ho detto finora, vi suggerisco calorosamente di concedervi il piacere di leggere (o rileggere, se già le conoscete) le preziose pagine di Calvino.
Parlare oltre del parallelo tra i due richiederebbe uno spazio che questa nota introduttiva non consente.
Mi auguro però di aver stimolato la vostra curiosità, sia per la scrittura di Calvino che, naturalmente, per la musica di Rota.
In occasione del concerto sarà possibile intervallare gli ascolti con alcune ulteriori citazioni dalle “Lezioni”, che, ancor più che dotte analisi di stampo tecnico/musicologico, potranno esservi d’aiuto per avvicinarvi meglio allo speciale temperamento artistico di Rota.
Alla luce delle suggestioni che potranno emergere e mettendosi in ascolto, come il Re del racconto, potremo scoprire la suadente unicità, la vera voce della musica di Rota.
Nel bagaglio con cui viaggiamo, in questo secolo ancora giovane e - come dice Calvino - nel nuovo millennio, ci può essere posto per questa musica.
Domenico Di Leo
2011
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