
“A Monopoli con la cultura lavorano sempre gli stessi”. E’ questo il commento del giovane Nicola De Dominicis, scrittore monopolitano, che ha trovato voce solo fuori dalle mura della città, dove ai giovani autori esordienti è concessa una piccola, anche minima, possibilità.
“La casa editrice Opposto- ha spiegato Nicola- ha pubblicato per l'anno 2012 un'agendina letteraria, stile Moleskine, in cui ogni pagina sarà accompagnata da un piccolo testo letterario, poesie, pensieri. Gli autori scelti per questo progetto sono tutti giovani esordienti, sebbene scorrendo le pagine dell'agendina si scoprono anche preziose gemme di grandi autori come Pascoli, Pirandello, Dino Campana, col risultato finale di un interessante connubio fra tradizione e futuro”.
La casa editrice Opposto.net costituisce una piccola realtà editoriale sul territorio di Roma. I suoi prodotti, infatti, sono principalmente distribuiti nella capitale, oltre ad essere naturalmente disponibili tramite ordine sul sito web della stessa casa editrice, presente per altro anche su Facebook.
Così, se i nostrani IOHOSEMPREVOGLIA hanno trovato nel festival Dirokkato un incoraggiamento territoriale, per l’arte della penna “compaesana”, è ostico il percorso.
“Ciò che maggiormente mi interessa – ha sottolineato il giovane De Dominicis- non è la ricerca di pubblicità per la mia persona, ma mettere in luce l'iniziativa stessa che, in un quadro desolante quale l'editoria italiana per i giovani autori (e preciso i giovani autori), appare più unica che rara”.
Una iniziativa che potrebbe stimolare l’interesse verso nuove manifestazioni per il coinvolgimento degli emarginati esordienti.
“Faccia da libro” monopolitana, Nicola, ha cercato con altri giovani di sensibilizzare la cittadinanza e l’amministrazione sul tema del recupero della Biblioteca comunale.
Per l’occasione, scrisse il racconto di una cultura che “cominciò a tremare fin dalle fondamenta”.
A voi, buona lettura!
La vecchia biblioteca
La vecchia biblioteca cominciò a tremare fin dalle fondamenta, i vetri alle finestre scoppiarono, le porte caddero scardinate, gli enormi scaffali cedettero al peso spaccandosi in mille pezzi. In pochi minuti non rimase che polvere e macerie. I libri, però, erano riusciti a salvarsi saltando dal balcone della facciata principale prima che questa crollasse, e non potete nemmeno immaginare quale spettacolo fosse vedere una pioggia di pagine e copertine riversarsi per strada nel cuore della notte, mentre ancora echeggiava il boato del crollo.
Quando tutti i libri furono al sicuro, impolverati e laceri ma ancora vivi, Napoleone, il loro Gran Capo, salì su un gradino della fontana adiacente e, muovendo a fatica i fogli ingialliti, cominciò a parlare con la solita, marcata, cadenza francese ai suoi poveri compagni di sventura, e così disse: «Quel che temevamo è infine accaduto! Siamo salvi, mon Dieu, ma nulla rimane della nostra casa! La nostra biblioteca, il tempio di quel sapere che noi rappresentiamo, è ormai distrutta! E la colpa è del Re! Ermiano il Re non pensa che alla guerra! Egli non si cura del sapere, per lui, anzi, è necessario che i suoi sudditi vivano nell’ignoranza, l’ignoranza è un bene assai prezioso per chi governa! Ma ora basta! Dobbiamo fare qualcosa, dobbiamo ribellarci!» A queste parole tutti cominciarono ad applaudire battendosi le coste a vicenda, e tutti si sentirono fieri e pronti a sfidare persino il Re.
Ma, dopo qualche istante l’esaltazione del bel discorso cominciò a svanire lasciando il posto al dubbio e alla paura. Come potevano dei libri ribellarsi? Era questa la domanda che tutti pensavano e che nessuno osava pronunciare di fronte a Napoleone. Nessuno tranne l’Apologia di Socrate, il libro più anziano e saggio che subito esclamò con la sua voce impolverata: «Ma come possiamo noi ribellarci!!?? Noi siamo libri, carta, e dunque deboli, anche se forte è il nostro sapere!»
«E cosa dobbiamo fare allora, aspettare d’essere buttati e bruciati!?», replicò secco Napoleone che, in verità, non sopportava quel libro sempre pronto a seminare il dubbio con le sue chiacchiere da filosofo, e lo stesso valeva per Apologia che non sopportava la spocchia fanfarona di quel capo scelto soltanto per la sua stazza e i suoi modi aggressivi, due ottimi motivi per impaurire e quindi per comandare.
«Bé, forse», rispose ad un tratto un libro con fare timido, «dovremmo chiedere aiuto a qualcuno.»
«E a chi!?», chiese ancora Napoleone sempre più indispettito, e poi aggiunse: «Lo volete capire che a nessuno interessa di noi!? Siamo soli!»
«Non è detto!», obbiettò ancora Apologia. «Forse gli abitanti del villaggio ci aiuteranno. In fondo abbiamo passato tutta la nostra vita qui, con loro, e questo conterà pur qualcosa! Io dico di dividerci: ogni libro si presenterà ad ogni capanna del villaggio per chiedere aiuto. Intanto, io e Napoleone andremo dal Re in persona per cercare di spiegare le nostre ragioni. Che ne dici, Napoleone, accetti? O forse hai paura?»
In effetti Napoleone aveva paura, e non poca: presentarsi al Re al capo di centinaia di libri è diverso che presentarsi in due, molto diverso! E per giunta il suo compagno di ventura sarebbe stato il peggiore per lui. Ma come rifiutarsi? Il comando è innanzitutto una questione di coraggio e di onore. Di conseguenza, il Gran Capo non poté che accettare gridando con finta sicurezza: «Paura? moi? Attendo con ansia il momento di poter guardare negli occhi quel maledetto di Re Ermiano!»
Dette queste parole, i libri cominciarono a dirigersi verso il centro del villaggio muovendosi con dei continui saltelli. Bisognava raggiungere la grande piazza quadrata dove si affacciavano le capanne ed anche il castello reale. Dopo alcune ore di cammino nel buio, finalmente essi arrivarono alle porte delle capanne, si divisero e cominciarono a bussare con tutta la forza che potevano. Immaginate lo stupore della gente nel vedere dei libri parlanti che chiedevano aiuto lamentandosi delle proprie sventure. Molti uomini, addirittura, si spaventarono al punto da strillare come donnette, ed invece proprio le donne si mostrarono assai più comprensive ed accolsero i libri come fossero bambini bisognosi d’affetto, e i bambini veri, a loro volta, cominciarono a giocare senza alcun timore con i nuovi arrivati. In conclusione ogni libro venne accolto e curato.
Intanto, Napoleone e Apologia avevano continuato il loro cammino fino a scorgere le mura alte e merlate del castello, e non appena un soldato di guardia si accorse della loro presenza gridò: «Altolà, chi siete e cosa volete!?»
«Riposo soldato, sono Napoleone, il gran Capo dei libri, e devo parlare subito con il Re!» La spavalderia di Napoleone non ebbe però gli effetti sperati, infatti, la guardia per tutta risposta lanciò una freccia che quasi infilzò il Gran Capo sfiorando la sua copertina. A questo punto, intervenne Apologia che, con modi decisamente più cauti, disse: «Le chiedo perdono, signore, per la sciocca irruenza del mio compagno: è un libro stupido, e come tutti gli stupidi non sa di esserlo!» La guardia ebbe un cenno di sorriso di fronte alla presunta stupidità di Napoleone, e quindi Apologia continuò il suo discorso sperando di mantenere l’intesa così raggiunta: «Ebbene, noi siamo libri e...»
«Questo lo vedo!», interruppe però il soldato. «Libri parlanti, e i libri non parlano di solito! Qui c’è puzza di imbroglio, e questo non mi piace per niente!»
«No, no, nessuna imbroglio!», chiarì svelto Apologia. «Tutti i libri parlano, è il sapere che contengono a renderli vivi, la conoscenza li anima e li rende capaci di provare emozioni e di ragionare... più o meno.» Naturalmente il “più o meno” era rivolto a Napoleone che ora, reso più prudente dalla frecciata sfiorata, se ne stava zitto zitto dietro Apologia.
«E perché volete parlare con il Re?», chiese poi la guardia cominciando a nutrire un certo interesse per la faccenda. «Ecco», continuò Apologia, «la nostra casa, la vecchia biblioteca in collina, è crollata, il tempo e l’abbandono l’hanno distrutta completamente, ed ora centinaia di libri hanno bisogno di una nuova casa. Per questo dobbiamo parlare con il Re.» Quando la guardia sentì che la vecchia biblioteca era crollata ebbe un brivido per tutto il corpo e subito dopo i suoi occhi si bagnarono di lacrime: da bambino suo padre lo aveva spesso portato lì, nel silenzio tranquillo delle grandi sale di lettura, per fargli conoscere luoghi lontanissimi dai nomi misteriosi, cavalieri che lottavano contro draghi a tre teste, scienziati che scoprivano i segreti della Natura. Insomma, la biblioteca rappresentava per lui il paradiso di un’infanzia perduta, e di conseguenza egli non poteva sopportare l’idea che ora tutto fosse svanito, perso in cumulo di macerie. Allora, senza più aggiungere una parola, la guardia abbassò il ponte levatoio tirando con rabbia una leva e poi fece cenno ai libri di passare. Apologia lo ringraziò e l’uomo sorrise, e sorrise felice come un bambino.
Superato il ponte, i due libri cominciarono a percorrere un sentiero fiancheggiato da querce che l’alba avvolgeva di un morbido chiarore. Alla fine del sentiero apparve un portone interamente d’oro e aperto. Apologia e Napoleone si fermarono sulla soglia incerti se entrare o no. Non sapevano che fare, sembrava tutto tranquillo, non c’erano altre guardie, ma in una simile situazione i pericoli potevano manifestarsi in qualsiasi momento. Alla fine, fu Napoleone a varcare per primo l’entrata camminando a passi incerti per un lungo corridoio che pareva senza fine. Apologia lo seguiva guardandosi attorno con aria preoccupata e insieme incuriosita. Dalle pareti sporgevano delle grandi fiaccole che illuminavano ritratti impolverati, teste di cervo, armature e spade incrociate. Ma non c’era nemmeno un libro con cui parlare.
«Questo posto mette i brividi», esclamo Apologia, «non trovi?» Napoleone non rispose. «Perché non parli?», chiese ancora Apologia. Niente. Il Gran Capo si era chiuso in uno strano silenzio, e questo rendeva il loro cammino anche più duro. E’ difficile però mantenere a lungo il silenzio quando si è in due, e così all’improvviso Napoleone sbottò come se non potesse più trattenere i propri pensieri gridando: «Sei abile con le parole, Apologia! Oh oui! Sei tanto abile da farmi apparire come uno stupido per far sorridere quella guardia!!»
«Non ti sei forse comportato da stupido prima?» obbiettò Apologia. «Dare ordini ad una guardia gigante è forse una mossa astuta??» Quest’ultima domanda lasciò Napoleone incerto e non poco imbarazzato, finché con tono avvilito rispose: «Ho esagerato, lo riconosco, e ho mosso in pericolo la vita di entrambi, parbleu! Ma la verità è che quando ho paura fingo di non averne per trovare la forza di affrontare il pericolo, e alla fine esagero. Ti chiedo perdono, Apologia!»
Incredibile, Napoleone ammetteva il suo errore e ne chiedeva perdono. Apologia ne rimase tanto sorpreso da non sapere cosa rispondere, ma alla fine le parole giuste arrivarono dal suo vecchio cuore di carta, e quindi disse: «Anch’io debbo chiederti perdono, Napoleone, ti ho giudicato male per lungo tempo. Sei un libro coraggioso. Fingere di non aver paura per affrontare i pericoli è nobile e degno di un vero Capo, ed io oggi ti riconosco come tale per la prima volta!»
«Grazie», sussurrò allora il Gran Capo quasi commosso per quell’improvviso riconoscimento della sua autorità. «Però», aggiunse poi Apologia con tono bonario, «attento a non esagerare col tuo coraggio, in fondo anche la paura ha i suoi vantaggi, ad esempio...»
«Ad esempio», continuò Napoleone, «serve a non farsi infilzare dalle frecce!»
«Ecco, questo è un ottimo esempio!», concluse quindi Apologia divertito e compiaciuto da quella risposta. Per la prima volta i due libri si trovavano d’accordo come fossero amici, e forse amici lo stavano diventando davvero in mezzo a tutti quei guai.
Ed altri guai stavano per arrivare. Infatti, al termine del lungo corridoio non c’erano porte ma solamente un muro. Quel corridoio, dunque, non portava da nessuna parte. L’avventura finiva lì. Non restava che arrendersi e tornare indietro.
«Non è possibile!!», gridò con rabbia Napoleone.
«Infatti non è possibile. Deve esserci un’entrata, ma noi non la vediamo», aggiunse Apologia, e così dicendo cominciò a tastare il muro con la sua dura copertina di pelle: l’anziano libro sperava di trovare una sorta di meccanismo che facesse spostare il muro rivelando, perciò, un’entrata segreta. Ma niente, tutto inutile.
«Venite avanti!», esclamò ad un tratto una voce maschile dall’altra parte del muro che, incredibilmente, scomparve come nebbia.
Così, Apologia e Napoleone si trovarono di colpo sulla soglia di una grande sala al cui centro un uomo, solo, basso e gracile, sedeva su di un trono d’argento troppo grande per lui, come troppo grande era la corona che indossava e che spesso, infatti, gli cadeva sul naso. Quell’uomo era il Re Ermiano.
Il re appariva così basso e gracile da sembrare un bambino piuttosto che un uomo, e solo la lunga barba e le rughe testimoniavano la sua vera età. La sala era circolare e terminava in una grande cupola da cui pendeva un enorme lampadario, finemente lavorato con oro e argento, su cui si ergevano decine di candele. Alle pareti spiccava il rosso cupo di drappeggi pesanti, mentre non c’era nemmeno una finestra che potesse portare il sollievo di un raggio di sole tra le ombre che i drappeggi, appena illuminati dalle candele, proiettavano per terra; ed erano ombre lunghe, contorte, ombre che Apologia e Napoleone si sentivano ora addosso come un peso minaccioso.
Proprio per liberarsi da quel peso, Napoleone avanzò verso il Re e disse: «Maestà, io e il mio compagno siamo qui per..»
«So perché siete qui!», interruppe il Re con voce svelta e stridula. «So tutto! La biblioteca è crollata ed ora volete che io trovi una nuova casa per voi e gli altri libri.»
«Esattamente, Maestà», rispose quindi Apologia, «ma come fate ad essere già informato di ogni cosa se..»
«Siete stati sorvegliati da una guardia molto speciale», e così dicendo il Re batté le mani per tre volte e nell’aria scura cominciò a delinearsi la figura massiccia di un uomo. Si trattava di Palione, la guardia invisibile del re. Tutti nel villaggio sapevano di questa misteriosa guardia, anche i libri, ma nessuno l’aveva mai vista, e ciò non ostante circolassero storie terribili sul suo conto. Si raccontava, ad esempio, che una volta Palione, spinto dalla fame, avesse sbranato da solo dieci montoni senza lasciare nemmeno le ossa. Si raccontava anche che la terribile guardia rapisse di notte i bambini che non dormivano, una storia, questa, molto amata dai genitori...
Ora, però, Palione era lì, alto, grosso, calvo, con le guance rigonfie, la barba biondiccia e gli occhi, piccoli e chiari, che parevano come annegare sotto un folto paio di sopraciglia. Insomma, un omone perfetto per il suo mestiere di guardia minacciosa.
«Ho visto la biblioteca crollare», esordì Palione con voce profonda e lenta, «ero lì, tra di voi, invisibile. Così, ho ascoltato i vostri piani e ho subito informato il re.»
«Ed io», continuò il Re, «vi ho lasciato fare e vi ho aspettato qui. Non credevo che sareste riusciti ad arrivare, ma una volta giunti al muro magico mi sono dovuto ricredere. Bravi. Davvero bravi. Peccato che morirete, insieme a tutti gli altri libri naturalmente.»
«Perché?», chiese allora Apologia cercando di mantenersi calmo, mentre Napoleone, al contrario, sentiva la collera crescergli tra le pagine.
«Perché», rispose quindi il sovrano, «i sudditi migliori sono quelli che non sanno, quelli che combattono senza fare domande. L’ignoranza è un bene assai prezioso per chi governa!» Incredibilmente il Re aveva ripetuto la stessa frase di Napoleone che, non potendo più trattenere la rabbia, gridò: «Maledetto Re Ermiano!» e poi cominciò ad avanzare contro il sovrano con l’intenzione di colpirlo, ma fu subito bloccato da Palione che lo prese con una mano da terra e lo lanciò in alto, verso il lampadario, e il lancio fu così violento che Napoleone raggiunse una candela per poi ricadere con le pagine bruciacchiate agli orli e privo di coscienza.
Quando Apologia vide il suo povero compagno steso per terra gli andò contro, ma fu bloccato ancora una volta da Palione che lo strinse con entrambe le mani, lo sollevo fino alla bocca e disse: «Vuoi fare la stessa fine!?»
«Distruggimi pure, se vuoi! Ho vissuto anche troppo a lungo per essere un libro!», rispose Apologia pieno d’orgoglio, e poi rivolgendosi a Re Ermiano aggiunse: «Ermiano, credi davvero di poter mantenere per sempre i tuoi sudditi nell’ignoranza? Povero stupido! La conoscenza è un istinto dell’uomo come per gli uccelli è un istinto volare, o per i cavalli correre! Potrai anche distruggere tutti i libri del mondo, non servirà a nulla, la conoscenza troverà sempre nuove forme per diffondersi e crescere!»
«Forse hai ragione», replicò con calma il Re, «ma tu dimentichi che la conoscenza si può anche manipolare, ignorare non vuol dire soltanto non conoscere, vuol dire anche conoscere poco o male. Darò ordine di bruciare tutti i libri della biblioteca, e poi detterò io stesso il contenuto di nuovi libri, libri di storia, geografia, politica, poesia... Riscriverò l’intera conoscenza secondo i miei gusti e le mie intenzioni!»
«Pazzo! A tal punto ti credi superiore fra tutti gli uomini!?», gridò allora Apologia, e il sovrano rispose: «Non si tratta di credersi superiori. Il mio potere è stato legittimato dagli stessi abitanti del villaggio. Essi mi hanno scelto e mi hanno lasciato libero d’agire come meglio credessi!»
Questo era vero. Il re aveva perfettamente ragione. Secondo le leggi del villaggio, infatti, il sovrano scelto dal popolo aveva diritto di governare come meglio credeva, senza alcuna forma di controllo. Tuttavia, non era stato sempre così: prima della guerra il sovrano doveva rispondere delle proprie azioni al consiglio degli anziani, e solamente con lo scoppio del conflitto si era reso necessario lasciare maggiore libertà d’azione al monarca, sebbene si fosse ormai diffusa per tutto il villaggio la convinzione che Re Ermiano cercasse di mantenere lo stato di guerra proprio per continuare a godere di tutta quella libertà. Purtroppo, però, nessuno poteva dimostrare quest’ipotesi, essendo appunto l’operato del Re privo di controllo, e di conseguenza il popolo continuava a subire, ormai da troppi anni, le terribili conseguenze di una guerra senza fine.
«Ma ora basta con le chiacchiere», continuò Re Ermiano, «Palione distruggilo!» E Palione cominciò a stringere Apologia tra le mani per schiacciarlo e ridurlo ad una poltiglia di carta. Le parole di Apologia, dunque, si erano avverate: “Noi siamo libri, carta, e dunque deboli, anche se forte è il nostro sapere.” Era la fine.
All’improvviso, però, le mura della sala cominciarono a tremare, e tremavano forte, come se dall’esterno ci fosse un attacco, magari l’invasione armata di un esercito nemico. No, non c’era nessun esercito nemico, non si trattava di guerra. La gente del villaggio, riunita e compatta, era giunta fin sotto le mura del castello per parlare con il re della biblioteca crollata. Le guardie, tuttavia, avevano bloccato la folla lanciando frecce infuocate finché proprio una guardia, la stessa che aveva lasciato passare Napoleone e Apologia, era riuscita, incredibilmente, ad accordare il popolo con le forze armate formando così un unico, grandissimo, gruppo di protesta che ora attaccava il castello per costringere il Re ad apparire. E infatti, dopo qualche istante, il Re giunse in mezzo alla folla seguito da Palione.
«Cosa volete!?», strillò il sovrano cercando di intimorire i suoi sudditi che, per tutta risposta, cominciarono a ridere fino alle lacrime. Ridevano del Re, naturalmente, del suo aspetto, infatti, era la prima volta che vedevano il monarca così da vicino, come uomo tra gli uomini, e non come una divinità apparsa da lontano per benevola concessione. Il Re ebbe un momento di profonda vergogna di fronte a quelle risate, e abbassò la testa tenendosi la corona con la mano per non farla cadere. Ma poi intervenne Palione che subito gridò: «Basta!», e, per dare più forza al suo comando, la guardia accompagnò la parola battendo il piede destro tre volte. A quel battere ripetuto la terra cominciò a tremare, o meglio cominciò a ondeggiare, e in un attimo tutti si trovarono con le gambe per aria, compreso il Re che, però, cercò subito di sollevarsi temendo altre risate. Oranon rideva più nessuno e c’èra un insopportabile silenzio di attesa.
Fu un ragazzo a rompere quel silenzio. Egli si sollevò da terra, si avvicinò al sovrano e guardandolo negli occhi disse: «la biblioteca è crollata, noi siamo qui per chiederti di costruirne una nuova. I libri hanno bisogno di una nuova casa.»
«Non ci sarà nessuna biblioteca. La guerra è più importante!», rispose Re Ermiano. «Quando finirà la guerra?», chiese allora il ragazzo. «Quando i nostri nemici si saranno arresi», rispose ancora il sovrano provando un certo disagio. Il giovane allora replicò: «Non ci sono nemici. Non ci sono mai stati. La guerra è scoppiata per paura. Tu lo sapevi, e ne hai approfittato.»
«Dannato insolente!», gridò quindi Re Ermiano e poi rivolgendosi a Palione aggiunse: «Prendi questo ragazzo, uccidilo, ora!» Ma Palione, questa volta, non fece nulla, rimase in silenzio, a testa bassa, come se fosse preso da un pensiero improvviso, forte, fortissimo, e infine, scuotendosi da quello stato di riflessione,rispose al Re: « No. Il ragazzo ha ragione. Non ci avevo mai pensato, ma è così. Non c’è stato mai nessun nemico, abbiamo sempre attaccato, e attaccato per primi. No. Non ucciderò lui, ma te, Ermiano!»
E già la mano sinistra dell’uomo brandiva un coltello con estrema abilità, quando, d’un tratto, dalla mano destra giunse un “Fermati”!
Era la voce di Apologia: egli era rimasto per tutto il tempo afferrato nella mano destra della guardia, insieme a Napoleone, il quale però non mostrava ancora segni di coscienza dopo il terribile scontro con la candela. «Fermati», ripeté ancora Apologia e poi proseguì gridando: Il Re merita certo una punizione, ma non la morte, ucciderlo sarebbe inutile e macchierebbe l’intero villaggio di una grave colpa. No, no. Io penso invece ad un'altra punizione ben più adatta.»
«Quale?», chiese debolmente Napoleone che, finalmente, aveva ripreso coscienza. «Quale?», chiesero anche i sudditi in coro.
Ebbene, il castello venne distrutto e Re Ermiano fu condannato a leggere ad alta voce, in piazza e sotto la sorveglianza di Palione, tutti i libri della vecchia biblioteca cominciando proprio da Apologia e Napoleone, e ancora oggi il sovrano continua le sue letture forzate. Inoltre, proprio al posto del castello fu costruita la nuova biblioteca, grande e luminosa, e il progetto di costruzione incluse anche una sala di governo.
Infatti, dopo l’arresto del Re, la gente del villaggio decise di autogovernarsi insieme ai libri che, da parte propria, non solo furono ben felici di una simile convivenza, ma addirittura si impegnarono solennemente ad aiutare il villaggio in qualsiasi difficoltà, e posso assicurarvi che hanno sempre mantenuto questo impegno.
Ecco, così è nata la nostra nuova biblioteca, unione di sapere e partecipazione, ed è qui che finisce la mia storia.
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