Sabato 26 Maggio 2012
   
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POLITICA E CEMENTO: L' INTRECCIO

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Nel nostro paese il vero problema ha un nome e quel nome è : CEMENTO.

Il cemento è il punto di incrocio fra procedure amministrative locali, politica sul territorio e affari; sotto il profilo economico e politico, l' aspetto critico principale è la rendita, a cui si connettono possibilità speculative impressionanti.

L'edilizia è la principale forma di imprenditoria che entra immediatamente a contatto con le amministrazioni territoriali: non l' unica, perché anche sanità, energia, smaltimento dei rifiuti, servizi di welfare locale, sistema dei trasporti incrociano necessariamente la politica; ma senz' altro il settore in cui le potenzialità di profitto in seguito a una decisione politica possono mutare in modo esponenziale. Tutto questo vale in misura assai minore per l' imprenditoria industriale o dei servizi, che al massimo offre qualche chance di sostegno politico ed elettorale attraverso contributi e favori, ma è estranea alla stratosferiche possibilità di rendita offerte dal variare delle coalizioni d'interessi fra politica e settore delle costruzioni. Si intuisce senza difficoltà, infatti, che un nuovo piano regolatore, con le inevitabili varianti contrattate con le corporazioni economiche, può spostare volumi ingenti di risorse e di ricchezza, e che quindi il ruolo del ceto politico risulta decisivo nell' orientare futuri flussi di profitto.

Non è una condizione inedita, ma oggi c' è da considerare la fame di suolo e di volumetrie suscitata dalle trasformazioni metropolitane. C'è da mettere insieme un quadro che contempla la metamorfosi demografica, che moltiplica i nuclei famigliari, il proliferare delle strutture di servizio, l' abbandono di stabilimenti industriali storici.

A Roma, ad esempio, il piano regolatore di Veltroni è apparso come un progetto contrattuale fra l' establishment politico e l' élite dei "palazzinari", destinato a stabilizzare per decenni l' equilibrio fra la politica e il sistema degli affari capitolino (poi le cose sono andate diversamente, ma l' idea su cui si era mosso Giuseppe Campos Venuti era decifrabile: un compromesso con le richieste dei costruttori, che consentiva buoni volumi di affari limitando ragionevolmente le cubature).

Tuttavia c'è un altro aspetto da considerare. Perché se è vero che gli animal spirits dell'economia guardano con strenua attenzione alle possibilità di reddito offerte dall'intervento urbanistico, sul fronte opposto è la politica a guardare con interesse analogo alle opportunità offerte dal cemento.

Il fatto è che non esiste nella tradizione amministrativa italiana la concezione secondo cui il volume di spesa degli enti pubblici va verificato a ogni bilancio e tarato sulle future esigenze effettive. Si tende piuttosto a considerare ogni capitolo di spesa come un dato da aggiornare in via progressiva: e nel momento in cui le risorse vengono ridimensionate dal governo centrale, le amministrazioni territoriali si trovano nella necessità di aumentare i propri introiti. Molte di esse lo hanno fatto incrementando la tassazione, contando sulla sopportazione dei cittadini; altre hanno valorizzato il patrimonio pubblico mettendolo sul mercato, o gestendolo in combinazione con i privati. Ma la tecnica prevalente consiste ormai da tempo, senz'altro prima dei problemi determinati dall' abolizione dell' Ici, nel variare quei parametri urbanistici, come le destinazioni d' uso, che possono modificare in modo rilevante il valore di immobili e terreni. Tutto questo ha una sua razionalità economica, e talora anche motivazioni tutt'altro che ignobili (ad esempio, il comune "vende" cubature ai privati in cambio di edifici pubblici, scuole, asili), ma si scontra innanzitutto con una preveggente azione sull'ambiente, perché se prevale il bruto interesse economico, tutto il resto rischia di passare inevitabilmente in secondo piano.

In secondo luogo il rapporto, o finanche la coalizione, con settori economici identificabili tende a stratificare un insieme di scambi e concessioni che fa riferimento ai partiti, alle maggioranze, ma via via anche alle correnti e ai circuiti di potere afferenti alle singole personalità politiche. Talora questo gioco di alleanze interessate giunge a provocare serie distorsioni nel mercato, a cominciare dalla trasparenza e correttezza degli appalti; può determinare quindi effetti negativi sui costi delle opere progettate, e interconnessioni opache fra responsabili tecnico-politici e imprese (o rappresentanze delle imprese).

Infine è tutto da vedere, e meriterebbe approfondimenti da parte degli economisti, se la "città infinita", che si espande senza limiti oltre le periferie, è un soggetto economico in equilibrio o è fonte di costi che graveranno in modo insostenibile nel lungo periodo, per i servizi che implicano, i trasporti, le opere di urbanizzazione.

Va valutato se l'economia del cemento basata sull’arricchimento speculativo di pochi, sui prezzi delle abitazioni mantenuti “artatamente” su livelli elevati (non si comprende altrimenti l’enorme disequilibrio di costi tra Monopoli ed i paesi limitrofi) a discapito delle giovani coppie, non rappresenti, alla fine della fiera, una perdita per tutta la comunità.

Commenti 

 
#1 Franco Muolo 2009-08-24 16:22
Caro Michelangelo, condivido in pieno ciò che hai scritto sul cemento. Immagina che cosa potrebbe succedere alla nostra città in un prossimo futuro se venisse approvato il Pug così come presentato alla Regione. Un solo esempio: le aree residenziali dell'agro sono state tutte riconfermate (a occhio e croce saranno una buona dozzina) e se dovessero seguire lo stesso iter urbanistico-amministrativo del "Tondo" di Carbonara vedremmo relizzate altrettanto cittadelle sparse per le nostre ridenti campagne, le quali da un'edilizia a case sparse passerebbero a un'edilizia a rioni sparsi. Per non parlare delle molteplici compensazioni volumetrico-residenziali da effettuare nelle zone "bianche" delle periferie del centro urbano e del... Capitolo. Beton non olet, asciuga e indurisce presto!
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