FOTO DI REPERTORIO
Gentile Redazione,
alcune interviste sul Pug, pubblicate recentemente da alcuni giornali locali, sembrano osservare più carriere politico-professionali che bisogni collettivi, inducendomi a sintetizzare un amarcord sui tre precedenti strumenti urbanistici generali di questa città. Anche se le leggi in materia e i mezzi tecnici sono mutati, sembra che nulla sia cambiato nella conduzione delle “manovre”, predisposte prima e dopo, nella pianificazione territoriale monopolitana dell’ultimo mezzo secolo.
Sono cambiate le regole ma queste non sono servite a rinnovare tutte quelle operazioni politico-previsionali e politico-attuative in rapporto agli interessi che coinvolgono i cittadini, i proprietari di suoli in generale e le imprese edili in particolare. Lungi da me il voler fare critica distruttiva. Anche allora se le suonavano di santa ragione, specialmente quando si cercava di contrassegnare il “confine” fra la città e la campagna, sempre l’una contro l’altra in armi. Il Piano degli architetti Capitanio e Martino, elaborato dopo l’accantonamento dell’avveniristica proposta di Chiaia e Napolitano e adottato durante l’ultima amministrazione Ferretti nella seconda parte degli anni Sessanta, partì non con una, ma addirittura con due idee di città. Da una parte si tentò di trasformare il centro urbano in una megalopoli e, dall’altra, di fare della campagna una città. Andò a finire che i competenti organi tecnici superiori di controllo bocciarono le pretese degli abitanti delle (popolose) contrade, privilegiando uno sviluppo edilizio sfrenato della città (come si sa, la validità di quel piano fu limitata alla fascia compresa tra il mare e l’attuale viale Aldo Moro). Cosa che in parte avvenne: in breve a Monopoli giunsero imprese edili da ogni parte del circondario, che dettero al nostro paese quello che allora fu definito l’effetto città. I più grandi sconquassi nel centro urbano e sulla costiera di Capitolo-Losciale avvennero proprio in quegli anni.
Per fortuna l’eldorado dell’edilizia facile, che pure in quel periodo aveva reso accessibili a tutti i prezzi degli appartamenti, durò pochi anni (basti pensare che nelle zone rurali e fuori dal tessuto urbano chiunque poteva costruire senza alcuna autorizzazione, mentre in città si potevano realizzare dappertutto, al centro come in periferia, palazzi fino a sei piani e attico con una semplice licenza edilizia, a volte anche senza un progetto esecutivo allegato – un caso emblematico, il “settimo cielo”, lo vediamo ancora oggi al borgo). Dopo la caduta del sindaco Ferretti e il subentro (nel 1970) dell’amministrazione Menga vi fu una pausa edilizia, aiutata dagli effetti sospensivi e di mitigazione pianificatoria introdotti dalla famosa legge “ponte” (n. 765 del 6 agosto 1967), ormai entrata del tutto in vigore, che obbligava i Comuni a dotarsi di piani regola(menti)tori generali che tenessero conto di tutt’altre esigenze, diciamo così, più vicine agli interessi collettivi. Con l’entrata in scena dell’amministrazione Demarino (nella primavera del 1972) la politica locale aveva anche capito che bisognava darsi un Piano che tenesse conto di tali interessi e scongiurasse il tentativo, sempre latente, dei grandi proprietari di suoli e dei costruttori forestieri di trasformare il territorio in una colata di cemento (la fioritura di gru e cantieri veniva facilitata dalla presenza in loco delle spa Italcementi e Calcestruzzi e di ben quattro cave di pietrisco funzionanti tutte a pieno regime). Fu così adottato nel 1975, e definitivamente approvato nel 1977, il Prg Piccinato. Che aveva un’idea di città moderna e una sua logica progettuale, tanto che fu subito definito “piano verde”, per come sembrava diverso e molto più articolato e innovativo del precedente.
Le attività edilizie private cambiarono di molto diventando però, come dire, più selezionate, solo che anziché far abbassare i prezzi delle case li fecero lievitare a dismisura. La sua estesissima validità e l’introduzione poi della moneta unica europea hanno fatto il resto. Oggi sentiamo (giustamente) che bisogna far presto Piani intermedi e Pue per rendere applicabili perequazioni e compensazioni urbanistiche introdotte dal Pug, atte a trasformare in edificatorie numerosissime porzioni delle cosiddette aree bianche (che nel Piano Piccinato erano vincolate o destinate a verde pubblico o ad attività collettive). Mah! Speriamo bene! Pure prima si voleva e si poteva far presto e meglio, visto che Ppa (Piano pluriennale di attuazione), Piani di lottizzazione privati e Piani particolareggiati pubblici di quel Prg erano equiparabili, sostanzialmente, agli strumenti attuativi di oggi. Sennonché una politica locale sempre uguale “allargò” il primo, “dosò” i secondi e “archiviò” i terzi.
Buon Anno
Franco Muolo
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Commenti
Nè in maggioranza nè all'opposizione.
Una figura tecnica di supporto , collegamento ed esperienza.
Perchè a stare in mezzo al guado si rischia di affogare. Capisco la comodità di fare ora il politico, ora lo storico asettico, ora il tecnico. Ma credo sia utile a tutti, schierarsi.
Le palazzine che sono in corso di completamento presso la rotonda tra l'uscita di via Vitt. Veneto e viale Aldo Moro sono ubicate su di una lama.
Come è stato possibile li ottenere le autorizzazioni?
Un vero scempio.
A risentirla.
Che non accada più che sia possibile approvare una lottizzazione come quella difronte a Copacabana, con le palazzine una su l'altra.
Ammesso che in quel caso il regolamento edilizio sia stato rispettato: cosa di cui dubito molto.....
La ricostruzione storica è asettica. Ma la manipolazione di uno strumento urbanistico è politica. Visto che scindi le due cose (e per me è gia strano), scegli da che parte stare una volta per tutte.
Mentre si disquisisce non si sa bene di cosa, i soliti furbi hanno fatto affari d'oro col Pug.
Sono 7 anni che si scrive tanto e non si dice nulla!
Mi chiedo se non sia l'ora di un più consono silenzio.