Gentile Redazione,
in vista dello svolgimento dei referendum del prossimo giugno, mi sia consentito rimarcare l’attuale problematica “pubblico-privata” dell’acqua, che ebbe inizio (almeno nella nostra Regione) verso la fine del secondo millennio. Nei primissimi giorni dell’anno 2000 volevo capire perché l’Acquedotto Pugliese doveva “passare” all’Enel. Mi chiedevo: sarà perché il costo dell’acqua a Matera era di 2.920 lire al metro cubo (mentre a Milano appena di 291 lire) che la Basilicata non vedeva l’ora che il nostro acquedotto passasse definitivamente all’Enel? L’allora amministratore delegato dell’ente elettrico, Franco Tatò, in un incontro avvenuto a Potenza, annunciò alla giunta regionale lucana che doveva essere l’Enel Hydro, la società del gruppo Enel per la progettazione, realizzazione e gestione delle reti idriche, ad assumere le azioni di Aqp Spa, assicurando, conseguentemente, un investimento di circa 700 miliardi delle vecchie lire sulle fonti di energia (centrali idriche ed eoliche).
Mentre il ministro Ronchi annunciava rincari delle tariffe dell’acqua per finanziare la ristrutturazione della rete idrica. Altre domande, come diceva Lubrano, mi sorsero spontanee: come poteva mai diminuire il costo dell’acqua a Matera, o in qualsiasi altro territorio delle due Regioni interessate, se gli investimenti promessi dovevano essere destinati alle fonti energetiche e contemporaneamente si annunciavano rincari nelle tariffe per ristrutturare la rete idrica? E ancora: come si poteva conciliare l’invito dell’allora presidente del consiglio dei ministri, Massimo D’Alema, a investire nel Sud, lanciato agli imprenditori in occasione della sua visita a Bari (settembre 1999) per l’inaugurazione della Fiera del Levante, se l’Aqp fosse stata venduta all’Enel senza mezzi termini e senza neanche ascoltare gli altri interessati, in particolare i Comuni serviti, che avevano contribuito concretamente, con i loro finanziamenti, all’espansione della rete idrica e fognaria nelle loro città e nelle campagne? E chi doveva gestirla, insieme ai numerosi impianti depurativi, che erano (e sono) le infrastrutture più a rischio d’inquinamento ambientale?
Quando sui quotidiani lessi la notizia della vendita dell’Acquedotto Pugliese all’Enel, al prezzo di 3.100 miliardi di lire, mi prese un groppo alla gola. Sebbene fossimo in pieno inverno già presagivo il gran caldo che avrebbe attanagliato l’estate seguente per tutte quante le critiche che poi, puntualmente, ci sono state con il loro massiccio riversarsi sulla stampa locale e nazionale e attraverso la televisione. Già durante la campagna elettorale per le elezioni regionali vi furono candidati politici che minacciavano sfracelli (come l’on. Raffaele Fitto, che promise accertamenti e indagini, almeno per quanto riguardava il vero prezzo e l’eventuale necessità di svolgere una gara regolare aperta anche ai più svariati Enti e privati investitori) prima che la definitiva vendita avvenisse tout-court, cioè attraverso il semplice passaggio organizzato in linea diretta tra Ministero del Tesoro ed Enel Spa. Ma la cosa che più m’irritava era, non tanto capire perché l’Acquedotto doveva passare all’Enel, quanto perché nessun Comune pugliese non avesse alzato un solo dito a difesa del glorioso Ente Autonomo per l’Acquedotto Pugliese (Eaap, precedente denominazione del più grande acquedotto d’Europa, prima della sua trasformazione in Aqp Spa). Tralasciando i motivi che indussero i politici “romani” (che poi il presidente del consiglio dei ministri, Massimo D’Alema, e il sottosegretario ai LL.PP., Luigi Bargone, artefici della progettata trasformazione, proprio romani non lo erano, conoscendo benissimo le loro origini pugliesi; infatti il primo è di Gallipoli, il secondo di Brindisi) mi soffermai a sottolineare, in particolare, il silenzio dei Sindaci.
Come si sa, ogni cittadino ha diritto all’allaccio della propria abitazione alla rete idrica e a quella della fogna, laddove esistono i presupposti, ossia l’esistenza sulle strade dei relativi tronchi pubblici di distribuzione idrica e contestuale smaltimento dei liquami della fognatura. Tutte queste necessarie infrastrutture originariamente venivano realizzate a spese dei comuni interessati all’esecuzione delle urbanizzazioni, attingendo in parte a finanziamenti o contributi dello Stato per quanto riguarda la rete idrica, mentre le principali reti della fognatura (centri storici) erano e sono ancora oggi di esclusiva proprietà delle civiche amministrazioni. Con l’avvento poi, a partire dal 1967, delle nuove leggi statali urbanistiche (le cosiddette “ponte”, “Bucalossi”, “Galasso”, ecc..) e di quelle regionali (“56” per la Puglia) e altre successive, con le quali fu introdotto l’obbligo dell’esecuzione in proprio, ovvero la monetizzazione delle opere di urbanizzazione primaria a carico dei lottizzatori dei suoli edificatori, gli oneri per la costruzione dei tronchi idrici e fognari vennero definitivamente accollati ai privati. Infine, con l’entrata in vigore della legge per la salvaguardia dell’ambiente, la cosiddetta legge “Merli”, veniva di fatto anticipato anche l’onere di smaltimento e depurazione dei reflui, anch’esso posto a carico dei cittadini fruitori. Inoltre, quasi tutti i comuni da parecchi anni usano costruire in proprio le condotte principali con propri fondi e con l’esperimento diretto di gare d’appalto, senza alcuna intermediazione dell’Aqp, per poi darle in gestione alla stessa Azienda. Pertanto, l’Acquedotto pugliese essendo diventato ormai un semplice gestore delle reti idrico-fognarie e degli impianti di depurazione non più di sua proprietà (come gli Ato, ambiti territoriali ottimali, stanno a dimostrare), emerge drammaticamente l’interrogativo: com’è possibile alienare un bene senza esserne proprietario, e senza aver interpellato prima Regione, Province e, principalmente, i Comuni diretti interessati? Forse si voleva (e si vuole tuttora) tentare l’affare di Totò, ovverosia la vendita della fontana di Trevi? Il comune di Monopoli, nel giro di qualche decennio, ha quadruplicato la sua rete idrico-fognaria e ha potenziato non solo il vecchio impianto depurativo di Torre d’Orta, unitamente alla costruzione di altri due impianti di sollevamento dei liquami di fogna (quello di Portavecchia e quello di cala Batteria), ma anche la costruzione del nuovo grosso collettore della fogna attraverso tutta la città che serve ad alleggerire il ricevimento di tutti gli scarichi che arrivano dalla condotta forzata dalle rinomate località balneari di Santo Stefano, Lamandia, Capitolo e Losciale. E ancora: durante gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso molti scavi, propedeutici all’interramento delle tubazioni, venivano effettuati a mano con manodopera locale, reclutata in città e nelle campagne, per far fronte anche allora alla crescente disoccupazione operaia. Cari “Totò e Peppino”, non credo sia il caso di svendere o affidare in gestione ai privati, neanche oggi, un siffatto e sofferto patrimonio pubblico!
Cordiali saluti,
Franco Muolo
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Commenti
Le scrivo due sole righe per rispolverare, considerata “la mole dei commenti” in coda ai suoi preziosissimi articoli, una frase/metafora nostrana, utile a tutti, che Lei gentilmente inserì in risposta ad uno dei miei commenti (interno all'articolo: IL CENTRO STORICO DEVE TORNARE A VIVERE! - scritto da Franco Muolo il 27 luglio 2010):
(omissis) ... “ogni pezzc gnarc” ... (omissis)
Considerate, monopolitani che non partecipate, che gli articoli di Franco, che leggo sempre e sempre ben volentieri, sono scritti ed appartengono ad una persona che ama tantissimo la nostra Città.
Continui pure, Signor Franco, perché Monopoli ha bisogno di Lei, delle sue idee e della sua memoria storica.
Comunque sono sempre convinto di vivere in una Città morta e seppellita, che sa solo leggere, mangiare, dormire e forse sa fare dell'altro... che interessa a nessuno e che ha utilità = a zero.
Saluti sinceri