Gentile Redazione,
siamo in piena estate, la nostra città è invasa da vacanzieri e bagnanti e, come spesso accade in questo periodo, la superficie del nostro mare è invasa qua e la da chiazze policrome galleggianti schiumose di dubbia provenienza che, per fortuna, il maestrale riesce sempre a disperdere in pochissimo tempo. Meno male che abbiamo il vento e i marosi che provvedono puntualmente a ripulire i nostri arenili, ormai abbiamo perso la speranza che controlli e controllori riescano a individuarne le cause, ogni anno, prima dell’inizio della bella stagione. Eppure esisterebbe un metodo “terra terra” per verificare la loro provenienza: analizzando appunto le acque sorgive che sgorgano dalle lame interne lungo le nostre spiagge, quelle evidenti a occhio nudo, e a volte coperte da materiale litoide (ved. cala Cozze, Porto Rosso ecc…), e quelle invisibili ma individuabili in acque marine limitrofe alle calette, laddove accade un repentino cambiamento di temperatura (ved. cala Porto Nero, Porto Verde ecc…).
I miei concittadini meno giovani ricorderanno che nei favolosi anni Cinquanta e Sessanta, quelli della grande vera crescita economica, un afflusso di acqua sorgiva denominata acqua di Cristo, caratterizzava la pietrosa caletta ubicata tra Portavecchia e Lido Bianco. Noi, ragazzini di allora, andavamo spesso a dissetarci e a “purgarci” convinti delle sue proprietà curative minerali dovute, si raccontava, alla dispersione in essa (lo si scoprì in seguito e per questo fu “pietrificata”) delle acque di raffreddamento dei cilindri di un vicino stabilimento (il famoso mulino a fuoco di Meo-Evoli) per la molitura del grano per la produzione della farina. Di quelle attività dispersive di acque nel sottosuolo ne esistevano pochissime a quei tempi e, tutto sommato, non producevano danni se assunti dall’organismo umano, né provocavano alterazioni delle acque marine. Tutt’al più erano considerate acque termali, come si tentò invano di sfruttarne alcune in località Losciale-Capitolo. In tempi più recenti però, specie negli (ancora più favolosi ma contaminati) anni Ottanta, con il forsennato sviluppo agricolo, edile e industriale, molti imprenditori si unirono alla corsa degli approvvigionamenti idrici “diversi” e immediati e, nello stesso tempo, alla facile dispersione delle acque sporche nel sottosuolo.
In quegli anni febbrili il comune di Monopoli condusse un’indagine su tutto il territorio comunale, in modo particolare sulla fascia costiera, individuando centinaia e centinaia di trivellazioni e pozzi, cosiddetti artesiani, per così dire, in uscita e in entrata, per la maggior parte eseguiti abusivamente. Si scoprì che in mare arrivavano acque imbrattate di autolavaggi e lavanderie, quelle distillate insieme ad acido solforico costituenti l’elettrolito delle batterie delle auto e oli esausti di motori, liquidi misti alla morchia di risulta di alcuni oleifici e, dulcis in fundo, acque grigie e nere rispettivamente di scarichi stradali privi di camere di decantazione e di fosse settiche non perfettamente impermeabilizzate, ancorché quelle provenienti da piccoli e grandi impianti di depurazione. Credo, quindi, che la risoluzione del problema dell’inquinamento del nostro litorale marino vada risolto a monte. Non si può somministrare una medicina efficace se non si conosce prima la vera malattia. I malanni estivi del nostro mare non sono causati dalle chiazze galleggianti, ma da quei soggetti (pubblici e privati) che impunemente e irresponsabilmente contribuiscono alla formazione di quelle stesse chiazze.
Buon Ferragosto,
Franco Muolo
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Commenti
Quando tutto risulta semplice vuol dire che se si vuole è semplice.quando il cancro comincia a nascere tutto si perde con una notizia su un settimanale,su un quotidiano o su qualche post sul web accendendo un riflettore per un breve tempo e lasciandosi con un appuntamento per l anno venturo.buon ferragosto a tutti i lettori.
S.M.